Non scuola la diresti, ma sala di tortura: non vi si sente altro che lo schiocco delle sferze, lo strepito delle verghe, gemiti, singhiozzi e atroci minacce. Cos'altro possono impararvi i bambini, se non a odiare la cultura? Una volta che quest'odio ha messo radice nei teneri animi, anche da grandi detestano lo studio.

24/10/08

concorso scolastico

Ebbene, come avrete intuito dal titolo, oggi si è svolto il concorso di coro del mio liceo!

Indovinate un po’chi ha vinto? Esattamente, proprio noi, la “ni-nen hachi-kumi”!!
Per l’occasione, posto il video della nostra esecuzione che, lungi dall’essere perfetta, abbiamo cantato davvero col cuore, come vi racconterò.
(NB per chi volesse avventurarsi nel guardare il video: il primo minuto e mezzo circa è di introduzione, e si vede la ragazza che dirige il coro mostrare dei fogli: non lo levo perché anche quello ha significato, ma se volete sentire solo la canzone saltatelo!)

La canzone è Tegami - Haikei juugo no kimi he (lettera a te, caro amico di 15 anni), cantata da Angela Aki (手紙~拝啓十五の君へ・アンジェラアキ):





La canzone ha avuto un gran successo sia su di noi, che (beh io no, ma…) ci siamo commossi ancor prima che ci assegnassero il primo premio, che sugli altri, come si evince dai commenti che si sentono alla fine del video (che sono positivi, anche se alcuni non lo capiranno :P).

All’inizio del video, in quel minuto e mezzo di attesa prima che inizi la canzone, si hanno, nell’ordine: il discorso d’introduzione di rito dal nostro speaker (il mitico Masahiro, testimone di Geova in terra nipponica: insomma, un personaggio!), inchino e applausi (che non necessitano spieghe, penso) e poi degli attimi di attesa, in cui il “direttore di coro” (che in effetti non è direttore di coro, in quanto è una mia compagna di classe, Akie-chan: ogni classe è totalmente autosufficiente nell’esecuzione) ha mostrato dei fogli, che ora vi pubblico con traduzione (casareccia, quindi probabilmente avrete versioni migliori della mia: mandatemele kudasai!) annessa.

(1) ora guardate qui!

(1) in un momento come questo, guardate qui!

“Sonna toki kore wo mirou” - che, a grandi linee, dovrebbe voler dire “In un momento come questo guardate qui”.

La prossima:

(2) il nostro ultimo concorso di coro

(2) il nostro ultimo concorso di coro

“Saigo no gasshou konkuuru”, cioè “Il nostro ultimo concorso di coro”, il che è interessante per due motivi: il primo è che indica quanto i giapponesi tengano al coro scolastico, che è sentito davvero moltissimo dalle elementari al liceo, e nel quale si fondono sia la valorizzazione della collettività come corpo unico finalizzato agli stessi obiettivi - tema assai caro ai giapponesi - sia lo spirito di classe in cooperazione con lo spirito scolastico - in quanto, più che una gara, vista la sportività dei giapponesi diventa quasi un karaoke: altro che musi lunghi!, anche chi ha perso sorrideva e ci ha inondato di complimenti, oltre a fare un “banzaaaai” in nostro onore; il secondo è - e questo mostra quanto fossero emozionati! - che il secondo kanji di “gasshou” è sbagliato! Quando dopo il coro gliel’ho fatto notare… hanno detto: “Ih ih, hai ragione! Però nessun altro se n’è accorto, vero? Dunque tutto a posto!” xD. Insomma, anche i giapponesi, nel loro piccolo, sbagliano gli ideogrammi (in effetti, perché dovrebbero sbagliarli gli italiani, che in genere non li usano?).

La prossima è:

(3) con un'unica anima

(3) con un'unica anima

“Kokoro wo hitotsu ni”, ovvero “Con un’unica anima”: che vi dicevo della valorizzazione della colletività come corpo unico? :P

Ne mancano altre tre:

(4) e comunque, divertiamoci!

(4) e comunque, divertiamoci!

“E comunque, divertiamoci!”

Si avvicina il gran finale…

(5) siete nervosi?

(5) siete nervosi?

“Kinchou shiteru?”, ovvero “Siete nervosi?”. Domanda banale, è evidente di sì!

Ecco il gran finale!

a sinistra, il professore di inglese, nonché mio caretaker, a destra quello di storia del mondo

(6) a sinistra, il professore d'inglese, nonché mio caretaker, a destra quello di storia del mondo

“BIG SMILE”: ora, per capire questa battuta dovreste conoscere lo stereotipo del professore giapponese medio, che questi due soggetti incarnano alla perfezione. Per capirci, gente del tipo “un sorriso ferirebbe il suo rigido volto”: ecco, questa foto, che li ritrae così impietosamente allegri (per la verità, il prof di storia non troppo! “_”), contornata da disegnini tipo “cartone animato”, è praticamente una prova schiacciante del fatto che siano anch’essi capaci di (sor)ridere!

Dunque, ecco spiegato perché tutti ridevamo all’inizio!

Per oggi è tutto, domani vorrei parlarvi di come ci siamo esercitati (perché, se è vero che in Giappone è tutto strano… allora forse anche le esercitazioni qualcosa di particolare ce l’avranno!).

Oyasumi!

22/10/08


Oggi è tardissimo… dunque: un post semplice, sul telegiornale giapponese, con un indovinello, al quale mi farebbe piacere ricevere la vostra collaborazione (certo, non suona bene come una arzigogolata frase del tipo “gokyouryoku itadakitai to omoimasu”, ma… questo è quanto!).

Cosa rappresenta, secondo voi, questa schermata?

a cosa si riferiscono queste immagini?

e quest'altra?


a cosa si riferiscono queste immagini?

Rispondete numerosi!
E a chi capisce i kanji… beh dai, se sapete anche leggere non vale! E se avete già sentito parlare in proposito… non vale ugualmente!

16/10/08

insetti 2

In attesa di riordinare le 1856 (numero REALE) fotografie scatttate dalle 4 macchinette fotografiche della mia famiglia, e postare qualcosa sul mio viaggio, un post “naturalistico”.

Non ricordo di aver mai visto una mantide religiosa in Italia… probabilmente sì, ne avrò vista qualcuna (anche se considerata la mia attitudine alla vita all’aria aperta ho ragione di dubitarne), ma in Giappone ce ne sono a volontà. Eccone una che questa sera era sulla finestra di camera mia:

mantide religiosa

mantide religiosa

Direte voi: e chissene. In effetti, non so perché mi sia venuto da postare la mantide religiosa, probabilmente in Italia l’avrei schiacciata con un asciugamano… ma si sa, in Giappone l’armonia con la natura ha effetti mistici, dunque sono vittima delle circostanze!
xD
Oyasumi!
Marco

14/10/08

questione di gusti

a tutti, un motivo idiota (ma non troppo!) per amare il Giappone:

74.12 Mbps sono quasi 10 MBps!!!!!!!!!!!!!!

74.12 Mbps sono quasi 10 MBps!!!!!!!!!!!!!!

Internet non è semplicemente veloce… è incredibilmente veloce. Con 10 MBps potrei scaricare un film in… un minuto. Se solo fosse legale…!

fragili

Haiku:

“ti senti forte,
ma sei così fragile…:
come un fiore”

un fiore

auguri di buona guarigione a tutti i malati.

12/10/08

brevi appunti di viaggio: i bambini giapponesi

Per chi non avesse quest’oggi avuto un’improvvisa rivelazione divina sul mio stato attuale: sono andato, insieme alla mia host family, a trovare parte della famiglia, in occasione di una festività nazionale che ancora non mi è ben nota, ma che capirò presumibilmente con il suo arrivo, lunedì. Comunque, sono a due passi da Kawasaki, in uno splendido esempio di edilizia condominiale giapponese: 20 piani di condominio, con parcheggio multipiano automatico accluso, e balconate tutto intorno agli appartamenti per accentuare le vertigini. :P Inutile dire che mi piace moltissimo!

(breaking news: è tornato il marito dal lavoro. Sono le 10 di sera.)

Tutto questo, solo per raccontarvi di un gesto che ho notato.
In Giappone, quando un bambino fa qualcosa di sbagliato, gli adulti sono autorizzati a dargli uno scappellotto in testa, per dire: “Oeee, che sta’ a fa’?”. Il fratello maggiore (7 anni) da uno scappellotto in testa al fratello minore (3 anni), sotto gli occhi del nonno: il nonno gli dice: “Non sei mica adulto tu, non puoi.”. Il fratellone, allora, si mette in ginocchio e dice al fratellino “Dammi 3 scappellotti in testa, così imparo che non si deve fare”; e riceve ciò che gli spetta.

Insomma, c’è bisogno di commentare?

Oyasumi a tutti!
Marco

09/10/08

Maratona (強歩)

Sì, avevo già intuito dal campo-scuola che nello spirito giapponese è insito qualcosa di masochistico, ma le sue alte vette mi erano ancora inesplorate. Ebbene, quest’oggi posso dire di aver visto qualcosa di più: la maratona/camminatona scolastica (che, in giapponese, si chiama “強歩”, ovvero “camminata forte”). Essa consiste in 30 (TRENTA) kilometri da coprire entro un tempo predefinito, piuttosto generoso, di 6 ore: camminando tutto il tempo, non si arriva in orario ai 5 check-points, e si viene eliminati dalla corsa, con obbligo di “歩きなおす”, ovvero di percorrere il tracciato un’altra volta.

Chi conosce la mia attitudine media verso lo sport, si starà chiedendo come sia capitato io in quella macchina infernale, e la risposta è semplice: sono stato obbligato! O meglio, non obbligato formalmente, ma obbligato “alla giapponese”. Ovvero, il mio professore di riferimento mi ha detto, prima della gara: <bla bla (ndr: la frequenza di itadakereba to omoimasu - mi auguro che - era eccessiva per tentare di capire il tema del discorso, quindi mi sono messo in stand-by per i 5 minuti di motivi. Magari ce n’era qualcuno interessante, chissà! xD) e dunque, se non te la senti, potresti anche evitare la partecipazione, ma ricorda che ormai sei uno studente del “Liceo Fuetsu” e che come tale dovresti correre anche tu.>> Insomma, alla fine non avevo scelta, sono stato incastrato! In effetti, pensavo che sarebbe stato qualcosa come 15 kilometri, come suggeriva mia madre, quindi non ho tentato di forzare la mano e di tirarmi fuori… ma quando l’altoieri è arrivata la mappa, per poco non mi prendeva un infarto! Ve la metto:

la mappa del percorso

la mappa del percorso

OK, 30 kilometri non sono una distanza così siderale (in effetti, la maratona dell’anno scorso era 35 kilometri, ma era in un percorso meno “a saliscendi”), ma a tutto ciò bisogna aggiungere che: 1) vanno fatti di corsa e 2) il percorso è quanto di più lontano dalla pianura ci sia dopo la ferrata Tridentina.

E, sui saliscendi, vi darò una perla che ho maturato durante il percorso: in salita, correre è faticoso, perché si è in salita; in discesa, correre non è certo faticoso come in salita, ma i piedi sbattono violentemente, e poi non è comunque pianura; in pianura (che in quel percorso maledetto si vede col binocolo, nel vero senso della frase): beh, è pianura, sì, ma correre è faticoso. xD

Comunque, ho trovato diverse “cose che odio di più” di questa maratona, tutte a pari merito, tra cui meritano menzione:
1) i professori, che passano in macchina (due in una macchina) lungo il percorso in continuazione, per controllare che tutti stiano correndo (non ci si può fermare), e nel frattempo quello che non guida parla col megafono, dicendo “Tieni duro!” oppure - al colmo dell’ipocrisia, visto che stanno IN MACCHINA - “Teniamo duro tutti insieme!”
2) gli organizzatori della maratona, che hanno messo il check-point 2 (vedi cartina) in mezzo alla foresta, in punto che bisogna raggiungere e poi tornare indietro per la stessa strada, e dopo una salita di 250 metri di dislivello (!!) che si trasforma poi in una discesa spacca gambe per la ripidezza. Il check-point 2 - nella foresta di Takamori - è stato il colpo di grazia al mio spirito sportivo ed allegro, che fino ad allora aveva retto in maniera decente.
3) il modo in cui i giapponesi costruiscono le strade: è mai possibile che la strada più breve tra A e B sia un delirio di curve, salite lunghissime (e discese brevissime xD), viadotti in curva e roba del genere? Vivono nel terzo millennio (al contrario di noi italiani, bloccati nel secondo), ma non hanno ancora capito che le strade si costruiscono DRITTE, per quanto possibile.
4) gli inossidabili sorrisi dei checkpointisti, che, quando ti versano da bere (in effetti, sono un ingrato) ti dicono: “Che fatica eh? Mi raccomando, continua a correre!” io ad un certo punto stavo per rispondere “Sì, perché non corri un po’anche tu?” xD
5) Gli agricoltori giapponesi, che usano quantità di pesticidi (il percorso era metà nella foresta e metà tra dei meleti) indescrivibili, i quali, se respirati, oltre a puzzare di detergente per bagno ai fiori di pesco troppo concentrati, hanno probabilmente effetti nefasti sulla salute. (effettivamente, non ho visto nemmeno una mela bacata. Inquietante.)
Vabbè dai, finiamola qua con i punti negativi altrimenti mi date del disfattista! xD

In compenso, ho anche un punto positivo: la generosità degli studenti giapponesi. Durante tutto il percorso, oltre ad un profluvio di simpatici - ma, questa è la dura verità, inutili - “Tieni duro”, persone che io non conoscevo minimamente mi hanno offerto caramelle, cioccolatini, biscotti, tsukemono, acqua, tè, Pocari Sweat (no, non è sudore ma la “gatorade” dei giapponesi) e salviettine rinfrescanti - che io ho ovviamente fatto finta di provare a rifiutare - il tutto corredato da presentazioni e discorsi più o meno simpatici sull’Italia, che mi hanno aiutato a passare il tempo.

Comunque, ecco una foto fatta poco dopo metà percorso:

un bel colpo all'autostima, questa foto!! xD

Notare… beh insomma mi sa che non c’è bisogno che vi dica io cosa notare. In effetti, per pietà di me, non mi sono fatto fare una foto alla fine, ma il risultato è immaginabile! xD

Per rendere onore a questa maratona, comunque devo ammettere che qualche posticino simpatico c’era: strade giapponesi (non so perché, ma le strade giapponesi hanno un che di pulito, ordinato, di armonico) in mezzo ai boschi, santuari tra i meleti, donne giapponesi che raccolgono il riso con i loro fazzolettoni… insomma, alla fine qualche soddisfazione l’ho avuta, ma a che prezzo!

è ormai autunno

è ormai autunno

Bene, ora ho imparato la lezione: la prossima volta, a cominciare da due mesi prima della maratona, allenamento quotidiano!
OK, sì, mi avete sgamato… la prossima volta, niente maratona!! LOL
Dopo quest’istantanea dell’agognato pezzo di carta dove erano registrati i check-points e dove è impresso anche il mio numero di arrivo (305° su 860, moooolto meglio di quanto non mi aspettassi!).

eccolo! notare che è ciancicato e sbiadito dal sudore che filtrava attraverso la tasca...

eccolo! notare che è ciancicato e sbiadito dal sudore che filtrava attraverso la tasca... le mani che lo reggono non sono le mie, come i più arguti sospetteranno!

Ora, è assolutamente necessario che io riposi… e, da domani a lunedì, sono in viaggio, dunque scusatemi se non risponderò ai commenti né aggiornerò il blog!
Alla prossima,
Marco

06/10/08

Ok, ci eravamo lasciati con me che, frastornato da tappe forzate ed orari impossibili - nonché meravigliato della libertà concessa ai miei coetanei giapponesi - tentavo di seguire i forsennati ritmi dei miei compagni di classe che trotterellavano allegri per le vie di Kyoto.

eccoci all'università di Kyoto per le lingue straniere... accecati dal sole che era appena uscito dopo il passaggio delle estreme propaggini del tifone 15

eccoci all'"Università di Kyoto per le lingue straniere", accecati dal sole appena uscito dopo il passaggio delle estreme propaggini del tifone 15

Questo tanto per far vedere che, sì, siamo andati DAVVERO a vedere le Università… solo in Giappone!

Comunque, questa aveva, oltre ad uno slogan in latino - “Pax mundi per linguas” - la cui traduzione mi ha fatto guadagnare la reputazione di “genio poliglotta” xD, tutte le attrezzature tecnologiche che ci si può aspettare da un’università giapponese: biblioteca informatizzata, sale computer multiple con ognuna caratteristiche diverse (tipo: una in cui i computer registrano la voce in TUTTI i formati, dal DVD alla cassetta da videocamera; una in cui si fanno i corsi di pronuncia col computer che ti corregge DOVE stai sbagliando mostrandoti un’animazione col movimento che devi fare per pronunciare correttamente, e così via…), porte automatiche, ascensori parlanti, washlet alla giapponese… insomma, non delude.

A proposito di delusioni, invece, parliamo dei templi. Già, i templi di Kyoto, i favolosi templi di Kyoto… beato chi li ha visti! Il mio gruppo (il glorioso “nana-han”, gruppo 7… in effetti, uso glorioso perché l’organizzazione di questi gruppetti - ed il modo in cui vengono chiamati durante l’appello - ha un che di militaresco) è andato al modesto-ma-dignitoso-ma-niente-di-più “Suzumushi-dera”. Ora, già il nome farebbe insospettire molti: “Tempio del grillo giapponese”.

sullo sfondo, il Suzumushi-dera

sullo sfondo, il Suzumushi-dera

Eccolo, in tutto il suo splendore: per carità, non è brutto, ma è… piccolo! Considerato che Kyoto pullula di templi, scegliere proprio questo qui mi è sembrato un po’contronatura, ma c’è un motivo: i miei compagni di classe hanno già visto tutti quelli più famosi durante il viaggio di quinta elementare ed ora, in secondo liceo, e non volevano tornarci perché “tanto l’abbiamo già visto”. Insomma, che ragionamento superficiale! Pensano che in 5 anni non sia cambiato il loro modo di vedere quei monumenti? Io penso di sì, ma non me la sentivo di forzare la mano, dunque ho lasciato fare a loro il programma. Tanto mi ci faccio portare portare a Novembre dalla mia host family, così faccio anche le foto alle foglie rosse e prendo due piccioni con una fava! :P

Comunque, dal Suzumushi-dera abbiamo fatto un giro parabolico con 5 cambi di strada inclusi, per arrivare alla stazione del treno per Osaka, lo “Hankyu express”, che va notato per i suoi treni, con carrozze antiche simpaticissime, e tutte riverniciate ed ammodernate in maniera impeccabile.

lo Hankyuu Express

lo Hankyuu Express: notare la partenza, "Arashiyama", che è il posto del Suzumushi-dera, ed il fatto che - come spesso accade in questa strana landa - si sia fermato proprio all'altezza della linea apposita...

E questo trenino da film di Miyazaki ci ha portato fino al quartiere di Umeda (in effetti, non proprio questo: quello che ci ha condotto era fisicamente un altro, ma dello stesso tipo).

Eccoci arrivati ad Osaka!
Il resto del viaggio, domani… ora si è fatto tardi, e mi godrò il mio bell’ofuro!

Oyasumi!

Marco

Kyoto, Kobe ed Osaka

Ovvero: come visitare tre città e non capire nulla.

Esattamente come previsto guardando la massacrante agenda del viaggio - che prevedeva cose come alzataccia alle 3 e mezzo ed atterraggio nel letto a mezzanotte - questa "esperienza giapponese" è stata una vera e propria ammazzata.
Fra rincoglionimento da sonno arretrato, impossibilità di dormire in pullman (vietatissimo! Si doveva ascoltare la guida che spiegava i posti che avremmo visitato), scarso (o nullo) interesse verso le università di lingue straniere di Kyoto ed Osaka (...), massacranti tappe forzate (eh eh, mi è venuto da pensare ai "magnis itineribus" di Cesare...) da percorrere a piedi di corsa, questo viaggio mi ha insegnato diverse cose sul modo giapponese di intendere il viaggio scolastico.

Innanzitutto: pragmatismo. Non si fa di certo un viaggio SOLO per vedere qualche tempio (peraltro probabilmente già visto durante i viaggi scolastici delle medie): unendo l'utile al dilettevole, la classe si divide in gruppi di interesse e ciascun gruppo visita per conto suo l'università che vorrà scegliere. Io sono capitato fra le "università di lingue straniere".
Il fatto che la classe sia divisa in 8 gruppi da 5 persone l'uno fa sì che non sia possibile andare tutti in pullman con gli insegnanti apprensivi, come si fa in Italia: ogni gruppo visita la città per conto suo, e l'appuntamento generale è ad un'ora prefissata in un'altra città (nello specifico, io parlo di Kyoto, visitata per conto nostro, e Kobe, dove ci siamo incontrati tutti all'hotel: le valigie sono state spedite col pullman generale, ma ogni gruppo è andato per conto suo con le varie linee di treno che connettono le due città - nel mio caso lo Hankyu express). Capite che svolta epocale? Libertà! Mentre nel nostro viaggio a Berlino a malapena si poteva uscire dall'hotel (anzi, non si poteva), qui si viaggia liberamente da una città ad un'altra!

Ora, devo andare ad un "tii paatii" (tea party) parascolastico... aggiorno il post (e metto qualche foto) quando torno!

Marco

30/09/08

torno presto!

Domani, si parte per il campo scuola!

Volete sapere il programma? Cosa faranno mai i liceali giapponesi? Si limiteranno a visitare città con aria tranquilla, scherzosa e divertirsi nel clima di rilassamento generale? Giammai! Non che non fosse lecito aspettarselo, però... caspita, mi aspettavo qualcosa di meglio che un giro turistico di 5 università con orari massacranti!

Il viaggio dura due giorni, in cui visiteremo Kyoto, Osaka e Kobe, corredate dalle relative università. Come è possibile? E' ignoto a tutti i popoli del mondo all'infuori dei giapponesi, ma io vi svelerò il segreto: gli orari! Domani, sveglia alle 3,30 ( -.-''''' ), partenza alle 4,35 (-.-' ) e via, verso la destinazione! Arrivo a Kyoto alle 8,35; visita della prima università; visita della seconda università, visita ad un tempio (il Suzumushi-dera) e partenza per Kobe; arrivo a Kobe alle 18; cena francese alle 19 in battello sul fiume; visita di Kobe by night; tutti in camera alle 22,30; dormire dalle 23 alle 5,15 e via verso Osaka! Ecco, il programma è questo, ed immagino che con lo straziante susseguirsi di fermate del pullman per vedere robette insignificanti (ma cosa ci vado a fare al Suzumushi-dera? Datemi il Kiyomizu piuttosto!) non ci sarà nemmeno tempo per addormentarsi.

Evvabbè, in fondo ci sono voluto andare io... vedremo un po' se sarò abbastanza sveglio da accorgermi dei posti che visitiamo! In compenso, adotterò il trucchetto giapponese: pur in bilico nel dormiveglia, farò milioni di foto, in modo da poi potermi dire "Ohibò, ma ci sono stato davvero!".

Oyasumi a tutti (nonostante l'orario... eh già, voglio dormire un po' nonostante gli orari!).
Scusatemi se non rispondo ai commenti, lo farò appena torno (se sopravvivo "_").

Marco

i Giapponesi e l'Italiano

In effetti, gli indizi c’erano tutti. Voglio dire, il fatto che le parole straniere vengano scritte in katakana, le lezioni d’inglese… insomma, non ci si poteva sbagliare. Eppure, ho colpevolmente trascurato il senso di risentimento per il modo giapponese di intendere le lingue straniere fino ad oggi. Ebbene, sono ufficialmente offeso / divertito (più divertito, in effetti, ma sapendo quanti giapponesi si sentirebbero in colpa se io mi offendessi meglio giocare virtualmente con queste povere creature xD).

Cosa è successo, di particolare? Sono stato al ristorante “in ITALIANO”! E vorrei farvi compartecipi del mio quarto d’ora di risate che, sotto gli occhi attoniti dei miei genitori (con cui in effetti alla fine mi sono dovuto scusare, ma spiegandogli il tutto si sono fatti due risate anche loro), mi sono goduto.

Cominciamo con il cartellone monumentale di benvenuto:

sutorafaruchoni (strafalcioni alla giappone) xDDD (i katakana speakers intenderanno!)

sutorafaruchoni (strafalcioni alla giappone) xDDD (i katakana speakers intenderanno!)

Leggete attentamente!!
Benvenuti Sott’olio! Insomma, veramente non è che mi senta proprio a mio agio sott’olio, ma vabbè, intanto siamo i benvenuti: buono a sapersi. Creare un mondo migliore: e perché no, già che ci siamo? Nel frattempo però questa sera facciamo alla romana [visto che questa è un'espressione idiomatica che richiede un certo livello di conoscenza della lingua, perché non hanno assoldato il traduttore per tutto il cartellone invece che per una frase??]: mi pare più che giusto, oguno per sé e Dio per tutti. * Mangia adagio e mastica bena: non vedo perché dovresti risparmiare le loro miserabili vite, del resto (e comunque, non eravamo sul plurale?). Sott’olio (ma che ci azzecca?). Sul fatto che qesto zona molto bono !!, non nutro certo dubbi! Ma ho bisogno della vostra parola per credere che siamo tatto fresco materia con tutto il cuore, frase profonda e sconvolgente il cui significato mi apre nuovi mondi… ma ricordate che cuore provare prudenza mangia!! Per concludere, le porgiamo il nostoro benvenuto. Ristorante Sott’olio. Certo, non è una torrattoria, ma si difende bene!

Con un “antipasto del genere”, quali sono le premesse su cibo e menu? Senza lasciarci scoraggiare dai miei funesti presagi, entriamo nel ristorante, dove veniamo accolti da uno splendido “Buonasera!” nonostante sia appena l’una.
Comunque, dentro, con mia grande sorpresa, ci sono, oltre alle bacchette (che recano l’amena scritta “Trattoria e bar in ITALIANO”, dal significato quantomeno dubbio), delle posate “occidentali”, nel senso che la forchetta ha tre punte ed il bordo sagomato.

Trattoria e bar in ITALIANO

Trattoria e bar in ITALIANO

E la mitica forchetta a tre punte:

eccola!

eccola!

Dal menu, invece, una dedica a Baka Gaijin in Japan: questo è quasi pari al ciappuccino! (tra l’altro, c’è un errore anche nel katakana, visto che in genere si scrive con la doppia P!).

il Frapputtino!

eccolo, il capolavoro, nella colonna centrale: il Frapputtino!

Frapputtino: cosa sarà mai, questo malevolo incrocio fra un prete ed un putto? A scanso di equivoci, ho evitato di ordinarlo!
Per finire, eccomi che mangio la mia pizza.

pizza! (accettabile)

pizza! (accettabile)

Vi dirò, alla fine non faceva schifo quanto mi aspettassi: anzi, la mozzarella di bufala che sa di mozzarella è stata una gradita sorpresa! Peccato per il ragù di mia madre che sapeva di formaggio scaduto, mentre la pasta che ha preso mio padre era semplicemente sugo al pomodoro, niente sorprese.

Ebbene, questo era il bollettino di guerra di oggi!!

Marco

PS * sì lo so che i dizionari dicono che fare alla romana voglia dire che tutti pagano in parti uguali, ma per me vuol dire pagare ognuno per sé!)

29/09/08

Matsumoto (2)

Quest’oggi posto solo un’altra foto del castello… purtroppo sono sommerso dalle cose da fare: dopodomani parto per il campo scuola e devo avvantaggiarmi lo studio per il JPLT (ho una tabella di marcia rigorosa, non posso mica sgarrare con un’insegnante giapponese!), in più sono anche sommerso di foto (la mia è - come accade spesso in Giappone! - una famiglia di fotografi mancati: in un giorno al castello di Matsumoto abbiamo accumulato 500 fotografie con 3 macchine diverse, tra cui una reflex semiprofessionale!!). Comunque, uno dei lati positivi è che, su 500, statisticamente ce n’è qualcuna bella, ed infatti sono soddisfatto dei risultati!

Questa è la veduta dalla parte del Taiko-mon (cancello del tamburo), che secondo me è quella più scenica:

Ancora me e la mia famiglia al Matsumoto-jo

Ancora me e la mia famiglia al Matsumoto-jo

Queste sono invece le scalinate interne, di un ripido più unico che raro e costruite secondo criteri di difesa dall’invasore, e per piedini giapponesi (il mio 43 e un terzo esce fuori dai gradini!): con ben 61° di inclinazione, sono… ripide!

notare che queste scale ripide, un tempo (ma ancora oggi qualche impavida signora che lo fa c'è) venivano utilizzate indossando il kimono, che limita moltissimo i movimenti delle gambe!

le scale che connettono il 4° piano al 5°, che è segreto ed invisibile dall'esterno: è stato creato per confondere un eventuale assalitore.

Si nota che sono ripide? Comunque, un tempo venivano percorse regolarmente (ma qualche attempata signora che tenti l’impresa si può tuttora ammirare) da persone in kimono, che limita moltissimo la libertà di movimento delle gambe. Contenti loro…!

Qui un dettaglio del tetto, con tanto di uccellini e pesce decorativo (sarà un “koi”? Sinceramente penso di sì, ma non sono abbastanza sicuro da dirvelo!), gentilmente offerto dall’obiettivo della reflex con zoom 18x (!) di mio fratello maggiore:

dettaglio del tetto

dettaglio del tetto

Per finire, questa foto: guardandolo da questa prospettiva, si intuisce più facilmente perché sia soprannominato “Il castello del corvo”. In effetti, questa angolatura mi ispira un certo qual senso di incombenza, il che, abbinato al colore nero, all’andatura “svolazzante” dei tetti ed ai due pesci ornamentali che sono in cima e disegnano quelle specie di “corna” che si vedono, giustifica il soprannome.

non sembra anche a voi corvino?

non sembra anche a voi corvino?

Che ve ne pare?
Io vorrei vedere il castello di Himeji (otoosan onegaishimasu!) per poter fare un paragone, ma mi è parso molto bello.

Marco

28/09/08

Matsumoto・松本

Avevo promesso di fare il prossimo post sugli insegnanti giapponesi, ma oggi la mia famiglia mi ha fatto una sorpresa: mi hanno portato al castello di Matsumoto!!

Me e la mia famiglia al castello di Matsumoto!

Me e la mia famiglia al castello di Matsumoto!

Per oggi, posto solo una foto, magari qualche altra la posto domani… il castello merita davvero! (^_^)

Oyasumi a tutti!!!

Marco

illuminazioni spirituali

Qualcuno dica al software automatico di Gmail che stavolta ha preso un granchio…

c'è bisogno

caspita che affare! corro a comprarlo! xD

27/09/08

外人・alieno (2)

Indovinate dove sono seduto…

(mappa dei posti della mia classe)

(mappa dei posti della mia classe)

Insomma, lo so che è una piccolezza, ma tutto fa brodo!
Perché non dovrebbero scrivere prima il cognome e poi il nome anche a me? Il cognome, che in Giappone è la parte più importante, non me l’hanno nemmeno scritto, e si sono limitati a scrivermi - dopo che il tutto è stato stampato e dando dunque una sensazione sgradevole di posticcio - “Maruko Marco” in katakana ed in romaji. Che sensazione ricavo da tutto questo? Che: 1) non merito (ancora? Chissà) di avere il mio cognome scritto; 2) nonostante la mappa sia recente, non mi hanno inserito sin dall’inizio nel computer ma mi hanno aggiunto in seguito: perché? Io lo interpreto come un sottile modo per dirmi che sono piombato nella loro perfetta uguaglianza a turbare il tutto, ma è probabilmente un’interpretazione abbastanza faziosa); 3) noto con piacere che finalmente mi è stato assegnato un posto da gaijin: il più lontano possibile dall’insegnante, ma non l’ultimo: così, quando consegnano le fotocopie (e ne consegnano TANTE), se il primo della fila sbaglia a contare il numero di fogli non devo alzarmi per andare consegnare le copie in eccesso [quest'interpretazione me l'ha suggerita Yoshi, la mia ragazza, che ringrazio non solo per sopportarmi pazientemente ma anche per essere stata un'ottima guida del Giappone mentre ero ancora in Italia]: insomma, lontano sì ma di una lontananza politically correct.

In conclusione: dovrei offendermi per questa manifestazione prorompente della mentalità discriminatoria giapponese, che emerge dalle piccolezze che rivelano scenari che magari non ti aspetteresti? (non che effettivamente io non sia prevenuto su questo tipo di cose, però fa effetto vederle con i propri occhi!) Oppure, dovrei smetterla con le seghe mentali?

Probabilmente, un misto delle due.

Scuola in Giappone (2): insegnanti

Mi piacerebbe parlare un po’ dei contenuti “umani” della scuola in Giappone, ho rimandato a lungo questo post perche’ so che richiedera’ diverso tempo, e probabilmente pubblichero’ il post in due puntate.

Stavo riflettendo che degli edifici decenti sono diffusi un po’ovunque nei paesi del primo mondo e che in effetti la cosa che piu’ colpisce in assoluto non sono gli edifici ma le persone che li abitano. Per ora, qualche nota sugli insegnanti, motore della poderosa macchina che e’ la scuola giapponese.

La mia classe! (notare che sono le 5 e mezza e che sono ancora praticamente tutti a scuola, nonostante le lezioni siano finite da un'ora e mezza)

La mia classe! (notare dalle borse ancora appese ai banchi che sono le 5 e mezza e che sono ancora praticamente tutti a scuola, nonostante le lezioni siano finite da un'ora e mezza; notare anche che hanno QUATTRO cancellini che non fanno sporcare le mani solo sulla lavagna principale, più tre in quella secondaria, che non è presente nella foto; notare anche i banchi, vetusti ma integerrimi, il cartellone che invita a "Sognare, credere e sopravvivere", lo stile "fashion" del tubo per aria condionata e stufa, la bibliotechetta sulla sinistra, lo schermo per le proiezioni e due delle quattro bacheche)

Gli insegnanti giapponesi non hanno un orario di lavoro: o meglio, probabilmente ce l’hanno, ma non lo rispettano, nel senso che si possono ammirare al lavoro a tutte le ore. Non importa che siano le 7 di mattina oppure le 8 di sera, che vi aggiriate per la scuola brancolando nel buio alla ricerca del vostro portafogli (ehm…) oppure che abbiate messo la sveglia un’ora prima per vedere se c’era gia’ qualcuno (e questa merita un approfondimento… nel prossimo post), oppure se sia sabato, quando la scuola e chiusa, e voi passate soltanto davanti all’edificio: qualcuno è sempre lì, a correggere compiti in classe, oppure quaderni o “quadernini di ripasso” (i cosiddetti 予習ノート ”yoshuu nooto”, che in pratica sono libri di esercizi che gli insegnanti correggono periodicamente), a preparare le lezioni o a ripassare gli ideogrammi (già, anche i sensei devono ripassare periodicamente, soprattutto quelli di “storia del mondo” e letteratura giapponese antica), oppure a fare attività oscure che a noi esseri umani resteranno per sempre sconosciute. In ogni caso, sembra che la loro vita si identifichi con la scuola ad un buon livello: anche quando non sono a scuola, partecipano a riunioni, feste, festicciole, spettacoli di tamburo giapponese, raccolte di beneficenza, nelle quali saranno invariabilmente presenti anche alunni ed insegnanti: sono sempre così immersi nella vita scolastica e parascolastica che mi viene da chiedermi se ne abbiano una loro, il che mette di fronte a retroscena quantomeno tristi, quando non addirittura inquietanti.

L’impegno che profondono nella scuola è a dir poco stupefacente: ogni lezione è preparata con la massima cura, corredata da fotocopie (un mare di fotocopie, tanto che ho dovuto comprare degli organizer per non perdermele tutte ogni volta) che riassumono gli argomenti trattati, tabelle di marcia, test fai-da-te et similia, il tutto corredato da frasi del tipo “tieni duro” oppure “ogni errore è un altro passo verso la perfezione” o ancora “ogni giorno ci dona i suoi regali”, il che è davvero giapponese. (^_^) Ciò che comunque mi ha lasciato letteralmente di stucco è il fatto che ogni insegnante sappia vita morte e miracoli dei suoi alunni, dei professori della scuola e di quelli di metà del circondario (l’altra metà del circondario li conoscono solo di vista). Tanto per fare un esempio: iscrivendomi al 2° livello dell’esame di giapponese, la mia città mi ha “concesso” un’insegnante gratuita, con cui ho lezione due ore a settimana il giovedì. Ebbene, nonostante io non abbia detto nulla di tutto ciò al mio professore di riferimento - che è di inglese, e che si occupa del mio inserimento a scuola (ancora, molto giapponese: lo vedo tutte le mattine e mi fa una panoramica degli impegni della giornata, della settimana, obiettivi a lungo termine, scadenze eccetera…) - il giovedì pomeriggio, mentre ero ancora a scuola, si avvicina e mi dice: “Per oggi forse con le pulizie può bastare, non hai lezione di giapponese? Rischi di fare tardi”. Al che io, guardandolo come se fosse un’agenda parlante, sono rimasto di stucco, e mi sono che, probabilmente, è vero che per uno straniero, in Giappone, non esiste mossa che non lasci traccia. In conclusione, mi sento osservato!
La cosa che mi consola è che non sono io il solo: le attività di tutti sono a conoscenza degli insegnanti. Se Tizio è iscritto ad un club, se Caio va alla maratona di beneficenza, se l’altroieri Tizia è stata al “tii paatii” (per i non-katakana-speakers, tea party) organizzato dall’orfanatrofio per bambini sordi oppure alla raccolta straordinaria di rifiuti ingombranti, è sicuro che un professore sappia vita morte e miracoli degli organizzatori e che, anzi, abbia fatto proprio lui sì che l’alunno partecipasse, il che richiederà in seguito, da parte degli alunni, noiosi (per non dire di peggio) resoconti scritti in giapponese formale, oppure sinceri ringraziamenti.
Ecco, se non si fosse ancora capito, lo esplicito ancora di più: la scuola giapponese è invischiante. Non c’è modo per un alunno di tirarsi fuore dalle sue tentacolari protuberanze: prima o poi, per un incauto “interessante” oppure “ci sto riflettendo”, resterà sicuramente intrappolato in qualche iniziativa del tipo “caccia al tesoro su trama Detective Conan” oppure “aiutiamo la natura (ovvero: raccogliete rifiuti, se riuscite a trovarli…)”.

Domani, le differenze che ho notato nel rapporto tra studenti ed insegnanti.
Oyasumi!
Marco

24/09/08

anche i Giapponesi, nel loro piccolo...

Vandalizzano.

vandalismo alla giapponese -.-'

vandalismo alla giapponese -.-' (tutte queste foto sono state scattate all'interno di 5 aule diverse della mia scuola, visto che in classe mia sono riuscito a reperire solo le prime due...

C’è forse bisogno di commentare questi scandalosi abissi di degrado che vengono raggiunti nelle scuole giapponesi? E’ assurdo come tutti pensino che il Giappone sia un paese pulito e pieno di gente educata, mentre in realtà gli studenti del giorno d’oggi non mostrano alcun rispetto per le cose.

E che diamine, si facessero un giro nelle scuole Italiane (con la “I” maiuscola, sia chiaro!) ad imparare cosa sono rispetto, pulizia, ordine e disciplina!

(sì, siamo il terzo mondo)

UPDATE: visto che mi è stato richiesto, tradurrò questi osceni turpiloqui, per svelare gli abissi di depravazione che si celano dietro questi oscuri caratteri.

(i riquadri sono numerati in stile
1 2 3
4 5 6
7 8 9 sì lo so che è un metodo rude ma fin qui si spingono le mie capacità!)

1: adesivo incollato sopra una matita a mine della Pilot, modello LM250;
2: "Kubotino, buona fortuna!" ("Kubota gori kichi", dove "Kubota" è il cognome di un mio compagno di classe, "gori" è un soprannome comune e "kichi" è lo stesso "kichi" di "Tsurikichi Sampei", ovvero "Sampei dalla pesca fortunata", in Italia tradotto semplicemente come "Sampei" o "Sanpei", che dir si voglia).
3: un cuore. Quale oscuro segno massonico si nasconderà dietro questa apparentemente innocua forma?
4: la "P" dei "Pineapple heads" (teste di ananas... il bello è che il nome se lo sono scelto loro!), la band della scuola.
5: un cagnolino (a sinistra) ed una rivisitazione in chiave manieristico-post-moderna di "Pichon-kun", la mascotte pubblicitaria della Daikin ("che afaaaa che afaa che fa! Daaaaikin la soluzione ha" xD)
6: "Tarō", ovvero un nome
7 e 8: questi ideogrammi sono troppo difficili, non li riesco a capire! xDDD
9: "Qui, Koryuu Kana ha fatto un esame il primo luglio, Giovedì"

Adesso, sarebbe simpatico fare un paragone con le nostrane scritte... ovvero: qui si temono gli esami e si tiene a "far notare la propria presenza" in un modo che - almeno a me - sembra quasi tenero, con scrittine "kawaii" (vedi la 5) oppure con date di esami. Posso ricordare ancora parte delle scritte che affollavano la mia vecchia aula: insulti a professori, croci celtiche, insulti a compagni, turpiloqui vari, buchi nel muro con cartacce di pizza che riempiono l'intercapedine... insomma, non c'è niente da fare, i giapponesi hanno stile anche quando vandalizzano.

23/09/08

I Giapponesi e la varietà 2

Eh eh, visto il clamoroso successo (??) riscosso dal precedente post sulla varietà nei supermercati giapponesi, quest’oggi posterò il sommo capolavoro raggiunto da anni ed anni di marketing planners tesi a spremere ogni varietà di gusto che sia possibile infilare dentro una gomma da masticare.

Il risultato è…

chi si offre per provare le gomme da masticare al rosmarino?

chi si offre per provare le gomme da masticare piccanti al rosmarino?

121 tipi di gomme da masticare - nello stesso supermercato delle patatine dell’altra volta!
Sarebbe interessante provarle tutte… io intanto ho preso quelle di Doraemon perché non potevo astenermi! (^_^)

-)

suvvia... non è adorabile?? :-)

Ecco, l’unica cosa che mi dispiace è che nella foto Doraemon non abbia il suo “takecoputaa” (l’elicotterino… come si chiama in Italiano??), ma pazienza, (forse) esistono dolori peggiori nella vita! xD

Un saluto dal Giappone,
Marco

21/09/08

Wasshoi

Ieri sera ho centrato uno degli obbiettivi che mi ero prefissato prima di venire qui in Giappone: una di quelle esperienze che volevo fare, perché tornare in Italia senza averle fatte sarebbe stato un “peccato” nel senso giapponese del termine con cui viene tradotto, “zannen” (残念), ovvero un “desiderio rimasto”.

Penso che gli amanti del Giappone conoscano cosa sia un “omikoshi”, ma per tutti gli altri farò una breve spiegazione.

un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)

un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)

Una volta tanto, sarò davvero succinto: un omikoshi è un tempietto portatile, issato su delle assi di legno (in genere 4, prosecuzione ideale dei lati del tempio, ma anche 6 oppure 8 nei tempietti più grandi) che si appoggiano sulle spalle di un numero di persone che varia a seconda del suo peso. L’omikoshi (che in realtà si chiama mikoshi, ma il suffisso onorifico, come avviene per molti oggetti di culto, è praticamente obbligatorio) viene dunque portato in processione lungo un percorso le cui logiche sfuggono ai più, in quanto include deviazioni, giri in tondo, camminamenti avanti e indietro per lo stesso (lungo) tratto di via… insomma, le linee rette sembrano essere vietate, per la gioia di chi deve portare il tutto. Ogni tot di tempo, seguendo le indicazioni di un esperto che, brandendo un kami no kami (non ho ancora capito se sia il nome ufficiale, tra l’altro), fa strada e dà indicazioni, si solleva il tempietto verso l’alto e lo si fa ondeggiare vistosamente, ed infine lo si lancia in alto e lo si riprende.
Durante il tutto si scandisce (anzi, si urla proprio), accompagnati dai “taiko” (tamburi giapponesi), un grido di incoraggiamento, che dice “wasshoi”, il cui significato apparentemente è talmente poliedrico e sfuggente da mandare in crisi la mia host famiglia: dopo ore di trattative e precisazioni, ho capito che è un misto tra “tieni duro” ed “oh issa”, anche se sull’etimologia mi piacerebbe sapere qualcosa di più.

Okaasan ed io

Okaasan ed io (notare il costume della festa!!!)

Il target della processione è un tempio shintoista, generalmente quello di quartiere: gli omikoshi sono infatti un fenomeno territorialmente circoscritto, nel senso che ogni quartiere della città ha le sue diverse squadre (quelle del mio quartiere sono 16), che sfilano tutte insieme nello stesso giorno, che è generalmente un sabato o una domenica. Il weekend seguente, sfileranno omikoshi di un altro quartiere e così via, finché non siano finiti tutti: ogni quartiere ha il suo santuario shintoista (o anche più di uno), ed è quest’ultimo che organizza le processioni e le importantissime vivande.
Già, perché non solo prima di portare l’omikoshi viene offerta la cena, ma durante la processione si fanno brevi pause con l’unico e deliberato scopo di bere saké, vero motore della serata, con l’effetto che, se tutti effettivamente bevessero ogni volta, stramazzerebbero al suolo completamente ciucchi. Per fortuna, i coscienziosi giapponesi, almeno nel mio caso, hanno evitato al gaijin l’imbarazzante spettacolo, e siamo riusciti sani e salvi a farci dare la benedizione al tempio.

ecco il retro del mio happi, notare la scritta: dice "Horibata", ovvero "sulla riva del fossato". Questo perché anticamente, prima che ci venisse bruciato insieme a metà della città, ad Iida c'era un castello, ed il quartiere "Horibata" era attaccato al castello, cioè sulla riva del fossato.

L’aria che si respira durante la processione è molto diversa da quella delle processioni nostrane, cupe, tristi e mortificate nel dolore per il peccato… quello che l’altra volta avevo descritto vedendo dall’esterno, stavolta l’ho vissuto dall’interno, nello “staff”, e devo dire che l’impressione di festosità è sicuramente confermata. Anzi, oserei dire che, nonostante io sia ateo, sono stato inebriato dall’atmosfera “spirituale” della processione: la gestualità del prete shintoista, i suoi strumenti del mestiere, il raccolto giardino del tempio e la sua architettura, le grida di incoraggiamento, la fatica, il saké, l’incenso… superstizione e spiritualità sono, insomma, fuse.


([Sottitoli manuali: "Horibata..." "Wasshoi"] nel video, se mi riuscite ad intravedere in quei 3 secondi, sono l’unico furbone che guarda la fotocamera… se vi consola, cliccando sopra il video potrete vedere la versione in alta risoluzione, nella quale è possibile ammirarmi in tutto il mio splendore! xD)

Bene, fin qui tutti i lati positivi… ma potrebbe mai un tempio, pur portatile, nel quale vivono gli dei essere leggero? Ovviamente no! Questi simpatici omikoshi, infatti, hanno un peso specifico che si avvicina a quello del piombo, ed hanno la caratteristica di non essere cavi all’interno, ma pieni. Tra l’altro, sono anche illuminati, e le luci vogliono corrente, la quale vuole batterie, che, guarda caso, sono al piombo… se poi non dovesse bastare, e non basta, ci pensano delle avvenenti ragazze che, per la gioia del pubblico maschile che, spesso e volentieri, alza lo sguardo (…), prima in coppia e poi in 4 salgono accanto al tempio e si muovono, aggiungendo pathos e peso al tutto. Bene, se poi non dovesse essere abbastanza, aggiungete il fatto che le assi di legno NON sono anatomiche e che, sì, potreste mettere tra la vostra dolente spalla e l’asse un asciugamanino che attutisca il tutto, ma ne va della vostra virilità.

In più: 1) in salita il tempietto pesa da morire ma devi comunque salire, ed il peso si distribuisce in maniera diseguale; 2) in discesa il tempietto pesa da morire ma devi fare attenzione perché sei in discesa, e se scivoli finisci ciancicato dalla folla; 3) in pianura il tempietto pesa da morire e devi fare attenzione a non pestare i piedi di quello che ti sta davanti, il che può sembrare facile, ma considerato che è a trenta centimetri di distanza non lo è così tanto; 4) quando lo si agita in alto scuotendolo o lo si fa volare, il tempietto attorniato dalle gentil donzelle pesa da morire, e quando ricade gentilmente sulle mani che lo hanno alzato e poi sulla spalla, già dolorante, distrugge tutto ciò che trova; 5) il fatto che di tanto in tanto facciate riposare la spalla sorreggendo il tempietto - che, sia detto, pesa da morire - con le braccia farà sì che, in men che non si dica, le vostre due braccia saranno dolenti quasi quanto la spalla, dunque la decisione di “riposarsi” un po’diventa una specie di guerra tra poveri fra spalla e braccia; 6) sulle scale per arrivare al tempio, il tempietto pesa da morire e ci sono gli scalini, che sono ovviamente minuscoli e scivolosissimi; 7) dopo un’ora che urlate “Wasshoi”, nonostante ormai la bocca vada da sola e non ci sia più bisogno di ricordarsi di dirlo ogni volta, la voce inizierà lentamente ad andare via, per sparire definitivamente all’arrivo, due ore dopo i primi segni di cedimento. Ovviamente, ciò accade solo a VOI, mentre tutti gli altri continuano ad urlare allegramente.

Ora che ho dato sfogo alla mia vena polemica, posso serenamente ammettere che la fatica è un ingrediente del tutto! Insomma, alla fine, nonostante una spalla dolorante, ogni muscolo delle gambe che mi duole per colpa della camminata sbilenca e le braccia indolenzite, posso dire che ne è valsa la pena!

19/09/08

Ho preso un granchio

Nel vero senso della parola:

kawaiii!

kawaiii!

Vabbè sì lo so che è una caduta di stile, ma non potevo esimermi: mi stanno troppo simpatici i granchietti, soprattutto quando ti salutano la mattina mentre vai a scuola! (^_^)
Oyasumi,
Marco

Taifuu

E’ arrivato!!!!

Chi? Il tifone numero 13! Da una settimana, quando ha colpito le isole Ryukyu (estremo Giappone meridionale), i telegiornali non parlano di altro: mappe pluviometriche, dettagli dei venti, velocità di spostamento, carta barometrica con le isobare… insomma, anche quando si tratta di un gruppo di isolette con più palme che abitanti, la passione dei giapponesi per il tempo non si smentisce. Ora però questo particolare tifone, che al posto di indebolirsi lungo il cammino è andato rafforzandosi, ha investito il Giappone meridionale, e si sta muovendo verso Nord: in questo momento è sopra la mia testa. La cosa divertente è che, quando si parla di uragani nel golfo del Messico, la terraferma è più grande dell’uragano, che quindi “sbarca” e si scarica. In Giappone no: è talmente piccolo che il tifone è più largo, e quindi dalla cartina sembra che venga inghiottito dall’enorme mostro ventoso!! xD
[OT]
(comunque, un breve quesito per in nostri amici Yankees: perché vi ostinate a costruire delle casette in legno se sapete che poi, quando arriva un qualsiasi tornado oppure un uragano ve le smonta? Ma ci vuole tanto a farle in cemento? Il quesito per gli amici nipponici è invece: perché non sotterrate i pali elettrici come si fa nel resto del mondo? Vederli ora che ballano al vento non è rassicurante! Tra l’altro, in caso di terremoto si spezzano che è una bellezza! Ma per capire di cosa parlo, forse c’è bisogno di un altro post.)
[fine OT]

Ma insomma, com’è questo tifone? Una mezza delusione, veramente: sarà che sono in mezzo alle montagne e che quindi i venti sono deboli, sarà che io mi aspettavo chissà che cosa, ma temporali forti, senza fulmini ma con vento forte ci sono anche in Italia.
Vabbè... il picco del tifone sarà domani, vedremo un po'!

Marco

18/09/08

I giapponesi e la varietà

Del Giappone amo moltissime cose, e fin qui ci siamo… mentre alcuni punti, come la cortesia della gente, il rispetto delle regole, la sicurezza e le tradizioni, sono quelli per cui ho scelto il Giappone per la mia esperienza all’estero, altri si stanno rivelando qui, giorno per giorno. Dunque, vorrei raccontare un po’ del Giappone quotidiano che magari non ci si aspetta, o che comunque sorprende in ogni caso.

Bene, andando a fare la spesa con la mia okaasan (お母さん・mamma), mi sono imbattuto nel supermercato giapponese tipico (eh, ormai con ben 5 supermercati girati sono praticamente un veterano della spesa! xD), di cui i giapponofili hanno sicuramente già notizie, come, ad esempio, il fatto che l’imbustatura avvenga con calma dopo le casse, che è sicuramente comodo e civile, oppure i costi a dir poco astronomici di frutta e verdura, oppure le splendide confezioni con cui è imbustato tutto, dal sashimi pretagliato alle zucchine (!!), vendute una ad una a 100 Yen (0,75€) l’una (e siamo in campagna, in una zona dove dal campo al supermercato ci passano sì e no 5 kilometri! Immagino in città…). Quello che però mi ha colpito più di tutte le cose è stata la varietà dell’offerta. Per capire di cosa stia parlando, posto una foto:

patatine per tutti i gusti... altro che quelle della pubblicità italiana...

Ecco, queste “poteto chippusu” (ポテトチップス・potato chips, ovvero patatine) sono SOLO quelle della Calbee (marca, a quanto ho capito, leader): 13 tipi di patatine diverse di una sola marca! Aggiungendo tutte le altre, viene fuori un’intera corsia di supermercato di sole patatine fritte, escludendo quelle surgelate… ce ne sono di tutti i gusti: dal pepe nero ai gamberoni, dalle verdure alla pizza, passando per sale ed alga nori (!), chi più ne ha più ne metta! Stesso discorso vale per biscotti, saponi, deodoranti, bagnischiuma, confezioni di ramen istantaneo, obento (per i non giapponofili, il pranzo di milioni di studenti e salaryman), cioccolatini… insomma, c’è davvero di tutto, compreso il burro di arachidi di Peanuts che è davvero kawaii (^_^)! Ma in assoluto quello che mi stupisce di più ogni volta sono le bevande: tra jidoohanbaiki (distributori automatici di bibite, che in Giappone ad ogni angolo della strada), quelle che vendono nei konbini e quelle che si trovano al supaamaketto (スパーマケット・pronuncia giapponese di supermarket) ce ne sono una quantità impressionante: dalla “melon soda” (brodaglia verde kriptonite frizzante al limite dell’incredibile dal sapore di disinfettante) al tè giapponese all’orzo-frumento (che all’inizio del viaggio mi faceva schifissimo e che ora invece è diventato la mia bevanda preferita in assoluto), passando per la “Coca-cola vitaminica”, innumerevoli tè al latte di tipi diversi (ognuno dei quali fa a gara ad imitare di più lo “stile inglese” sulle etichette, con faccioni di pietra seri e titoli del tipo “il tè del pomeriggio”), bevande improbabili tipo succhi di pomodoro o di mandarino del Kyushu, di mela o di mango, bevande energetiche all’estratto di anguilla o ai sali minerali tipo “gatorade”, succhi gelatinosi alla fragola o al limone di Shichiria (Sicilia!), caffè in lattina con latte o senza latte, caldo o freddo, con cacao o con vaniglia… la varietà è talmente grande da essere disorientante, ed in effetti guide come questa vengono utili (tra l’altro, il tè all’orzo menzionato è quello che è diventato il mio preferito)!!

Insomma, in Giappone avrete sicuramente modo di soddisfare i vostri gusti, qualunque essi siano!
Questo era il lato postivo del giorno!
Alla prossima,
Marco

Qualcuno mi dice...

... come ha fatto ad arrivarmi questa mail?

"Per te un prezioso regalo

Gentile amico, cara amica,in occasione del 150° anniversario della prima apparizione di Lourdes, FMR raccogliei grandi capolavori d'arte dedicati alla figura di Maria in una preziosa opera editorialea tiratura limitata e in un volume che potrai ricevere gratis.


Disclaimer Privacy Remove Chi sei? "

A parte il "gentile amico, cara amica", a parte il fatto che Lourdes sia quanto di piu' lontano ci sia da me sulla faccia della terra, a parte che del fatto che FMR "raccoglieiga" i capolavori dedicati a Maria me ne frego altamente, a parte la "tiratura limitata" (credo che intendano che si sono autolimitati visto che non ne vendevano, ecco), a parte il volume gratis che fa tanto icona di Padre Pio (ed in effetti molto non ci manca!)...
Quello che trovo piu' indigesto e' quel bottone "chi sei?", che riesce a riassumere in un attimo secoli, millenni di ipocrisia cattolica come poche altre cose. "Chi sei?" e me lo dovresti dire tu chi sono io? Potrei capire se portasse ad una "hotline" di psicologi per ristabilire gli squlibri dovuti a turbe dell'identita', ma non un obbrobrioso sito dove, previa inserire il numero di carta di credito, ti verra' rivelato il segreto nascosto del Verbo del Signore - corredato ovviamente da abbonamenti a calendari sacri tipo copia scrausa di frate indovino, statuette di maria in sasso di sassonia, bibbie tascabili e non, icone di Maria realizzate dalle suore adoratrici della passione di Cristo, rosario multimediale che pronuncia l'ave Maria in 123 lingue... e chi piu' ne ha piu' ne metta.

Ecco, mi ha fatto venire in mente un altro dei motivi per cui amo il Giappone: la Chiesa Cattolica, Santa Romana ed Apostolica (o Romana Santa ed Apostolica, comunque la rima resta di gran classe), non esiste! O meglio, esiste, ma non ci va nessuno.
In compenso, i giapponesi hanno idee piuttosto confuse sulla nostra concezione di Dio, sul metodo di perdono dei peccati e sulle nostre processioni, come e' emerso ieri a cena.

(stavamo parlando di quei turisti giapponesi che pochi mesi fa hanno imbrattato Santa Maria del Fiore - tanto per rimanere in tema di cattolicesimo - a Firenze. Dopo aver chiesto le scuse e' stato licenziato dalla scuola in cui insegnava. Il dialogo e' reale - memoria permettendo)
"Ma non era necessario che fosse licenziato... alla citta' di Firenze bastava che chiedesse scusa"
"Cioe'?"
"Cioe', non era necessario che lo licenziassero, bastava che si scusasse sinceramente"
"Invece si' che era necessario, insomma, e' un insegnante e se comincia a dare il cattivo esempio ai ragazzi poi futuro in Giappone?" (quel sta a significare che non ho capito... comunque il senso era "Signora mia, sapesse lei quest'oggi che gente che si vede in giro, e' tutta colpa degli insegnanti smidollati/della crisi alimentare/del mercato cibernetico stagnante/della sparizione dei valori/del petrolio che scende/del petrolio che sale)
"Ma il perdono e' una tradizione cattolica, se non perdona la "Chiesa", chi perdona?"
"...?"
"Ecco... secondo la religione cattolica, basta il pentimento per ottere il perdono. In pratica, se commetti qualche peccato, vai a confessarti dal prete, dici un tot di Ave Marie e tutto si risolve"
"Ah, comodo!"
"Eh si', comodo! E questo ha... ehm... ha... un attimo, prendo il dizionario... prodonfe inlufzene sul modo italiano di vedere la vita" (potete sapere come la penso leggendo questo post di un'amica di blog)
"Vuoi dire, profonde influenze?"
"Ecco si' proprio quello! xD Insomma, non importa quante volte sbagli, l'importante e' di pentirsi dopo"
"Ah! Buono a sapersi! In Giappone si dice: 'La faccia del Budda non sorride due volte', per intendere che ripetere due volte lo stesso errore non sara' accettato facilmente"
"Eh eh! L'Italia e il Giappone sono molto diversi"
"Gia', proprio cosi'"

Non mi meraviglio che per loro siamo a meta' tra il paese della cuccagna ed il fancazzismo sfrenato (piu' pendente verso il secondo, per la verita'). Ma questo merita un altro post!
Marco

16/09/08

Musichette dei centri commerciali: parte seconda

Ok, avevo promesso che avrei updatato (? grammatica creativa…) il post di Yamada Denki, e vorrei dare la spiegazione di quella stranissima musichetta che ripete “Yamada Denki” in continuazione.
Bene, avete presente il detto secondo il quale “In Giappone, ogni cosa parla”? Probabilmente no, se non siete mai stati in Giappone, però, garantisco io (xD), ogni cosa (eccetto il water, che fa solo musichette polifoniche) parla.

Treni ed autobus annunciano ogni stazione, i distributori automatici augurano il buongiorno, nei negozietti una vocina registrata, oltre alla cassiera, ti saluta quando entri… possono i centri commerciali essere un’eccezione? No di certo!
La tradizione delle macchinette parlanti, unita alla passione per i messaggi subliminali (?) ed i ritornelli (pubblicitari, ma non solo) ossessivi, ha creato un mostro che deve ancora atterrare sul nostro lontano pianeta: le musichette dei centri commerciali. In pratica, ogni grande catena di elettronica che si rispetti ha una sua musichetta identificativa, che, nei negozi più importanti, è addirittura “personalizzata” con il nome della filiale (!): queste musichette ossessive, mandate a ritmo continuo, ed unite a venti polari di aria condizionata sulla schiena sudata e luci forti al limite della dolorosità, possono rendere la visita ad uno di questi megastore qualcosa di davvero pesante, se il tutto è superiore ad un’oretta. Ovviamente, i giapponesi sono stoicamente abituati a tutto ciò, e vista la loro passione per l’elettronica che li porta a girare tutti i negozi possibili ed immaginabili, con buona probabilità conoscono a memoria tutte le canzoncine dei megastore della zona (con i miei, ieri sera, ci siamo messi a cantare le canzoni di “Yamada Denki” e “Yodobashi Camera”, due catene che qui sono onnipresenti, il che vi fa capire a che punto io ami questi simboli del trash ed a che punto restino facilmente impresse!).

Se andrete a fare shopping di elettronica in Giappone, sono sicuro che rimarrete contagiati (in bene o in male!) anche voi!
Prima di lasciarvi, una chicca: direttamente dagli anni ‘80, la primigenia canzone originale di Yodobashi Camera. “Buon” ascolto!



E... come saluto, l'immancabile, brevissima ma assolutamente necessaria canzoncina di Bic Camera (attenzione: dopo la 120esima volta che la ascoltate è impossibile mandarla via!)




Oyasumi! (^_^)
Marco

Yamada Denki!




Ascoltatino ascoltino!
Che dire... semplicemente superba!

(domani svelo il significato profondo...)

cronache di scuola: l'inglese in Giappone

…ovvero: come dimenticare una lingua in 130 giorni.

Avevo detto che meritava un intervento a parte, ed eccomi qua! Innanzitutto, chiariamoci le idee: in Giappone l’inglese non si impara: si studia.E questo non per la tradizionale modestia giapponese - in fondo, se uno sta imparando vuol dire che non sa l’argomento in questione, dunque non è segno di irriverenza dire: “Sto imparando” - ma per un fatto pratico: nonostante gli sforzi di generazioni di studenti, in Giappone l’inglese non lo parla nessuno. Magari, molti lo sapranno scrivere (pur nei limiti di un’ortografia discutibile… vedi questo post di un’amica di blog), ma difficilmente le conversazioni in inglese si spingono oltre il “hau aa yuu”. Forzando la mano, ed estorcendo dalla bocca del vostro sventurato interlocutore il massimo dell’inglese, potreste ricevere uno stentato “mai faazaa iizu a hoteru furonto desuku wookaa”, il che, oltre al fatto che estrapolare l’inglese dalla pronuncia in katakana sia un’impresa, porrà in evidenza il fatto che i giapponesi non si limitano a storpiare la pronuncia delle lingue straniere per adattarle al giapponese ma vanno oltre, creando cioè, con parole straniere, espressioni giapponesi, come appunto il “furonto desuku (front desk)”, che sarebbe ciò che il resto del mondo chiama “reception”.Anche qualora l’interlocutore sia estroverso, e dunque la conversazione possa procedere senza intoppi verso il “hau iizu yoa shizutaa (how is your sister)” ed oltre, a meno che non conosciate il giapponese alla perfezione, nei primi momenti avrete comunque difficoltà a capire se vi si stia parlando in inglese oppure in giapponese, il che, agli occhi di noi sprovveduti occidentali, potrebbe sembrare un fallimento delle politiche di insegnamento adottate nelle scuole giapponesi.
Inutile dire che, secondo Katsumoto-sensei, nulla esiste di più sbagliato. Si dice che le critiche in Giappone vengano sempre fatte con un complimento: ed io, per adattarmi alle usanze del luogo, gli ho fatto un complimento, ovvero: “certo che gli studenti giapponesi sono davvero diligenti nello studiare la grammatica inglese!”. E la risposta, piccata: “Molti hanno criticato questo punto in passato, ma studiare soprattutto la grammatica in Giappone è essenziale perché non ti pare?” “Oh, certo che sì!”.Ma se studiano la grammatica, perché l’inglese non lo parla nessuno? Forse il punto non è COSA studiano ma COME lo studiano. E qui, si va di esempi pratici, perché stare a descrivere tutto mi sembra troppo oneroso.
Ci sono 8 ore di inglese a settimana (OTTO!!!) suddivise in:
1) イングリシュエックスプレシャン・Ingurishu ekkusupureshan (English expression)
2) イングリシュアンダスターンヂング・Ingurishu andasutaanjingu (English understanding)
3) イングリシュライチンスキール・Ingurishu raichin skiiru (English writing skill)

1) In “English expression” si studiano le espressioni della lingua: si imparano cioè a memoria pezzi (apparentemente random) di brani del libro, e, due volte a settimana, il professore entra in mano brandendo 39 fogli bianchi, che sono i fogli del compito in classe: le cose imparate a memoria, dunque, vanno scritte sul foglio bianco. Una volta finito il tempo per scrivere, il Katsumoto dice “Exchange!”, e ci si scambia il foglio con il ragazzo (o la ragazza) del banco accanto, il/la quale provvederà a correggere il tutto guardando le frasi giuste dal libro e poi metterà il voto. Ecco, questo voto andrà poi nel registro, senza che il professore ricontrolli il tutto (che fiducia! Lo facessero in Italia, avremmo tutti 10). Metodi ottocenteschi?? Non avete ancora letto niente… xDDopo aver fatto il test, c’è la “lettura guidata”: si tratta di leggere il brano da cui sono state tratte le frasi random del compito in classe appresso ad un CD, senza che il CD abbia delle pause perché gli alunni ripetano. In questo modo, si crea un fantastico effetto mischiatutto, che sfocia nel più totale sbando di ciascuno che legge col suo ritmo mezza frase, ne salta un quarto e dice l’altro quarto alla velocità della luce per riprendere lo speaker originale, che nel frattempo veleggia a 3 righe di distanza. Ciliegina sulla torta, il professore che ripete anche lui (accentuando grottescamente i suoni perché gli alunni capiscano che, in fondo in fondo, un pochino l’inglese dal Waseda Eigo (inglese nipponico) differisce) passando tra i banchi per controllare che tutti stiano ripetendo a voce abbastanza alta.Ma il meglio deve ancora venire: ora che si sono esercitati, possono ripetere da soli, in un “test di lettura”. Così, dopo aver ripetuto due volte il testo seguendo il CD, si staccano dalle parentali cure e spiccano il volo nel fantastico mondo dell’indipendenza, leggendo il testo da soli mentre il professore scrive alla lavagna i secondi (!) della lettura ottimale, che in genere sono attorno ai 60: in questo fantastico minuto, 39 voci che vanno ognuna ad un ritmo diverso affannandosi per rientrare nei famosi 60 secondi creano una sinfonia paragonabile ad un’ Ave Maria senza prete che dia il ritmo in una chiesa con pareti che fanno rimbombare la voce ed un microfono acceso collegato ad altoparlanti in sala che ripete i rimbombi vari con il ritardo di un secondo. Capite cosa intendo? Un vero e proprio dramma. Il resto delle lezioni di ekkusupreshan consistono nel dire “ooooh! In Inghilterra, le cabine telefoniche sono rosse!” oppure “oooh! Davvero in America le persone possono portare delle pistole?” e via dicendo…

2) In English understanding, come è lecito sospettare, si impara a “comprendere” l’inglese. Come? Presto detto: il libro è diviso in 20 unità (la cui programmazione è stata distribuita all’inzio dell’anno dal professore), ognuna delle quali presenta un dialogo centrale e dei dialoghi alla “spin-off” (e qui, amanti di fiction, fatevi sentire… se ci siete): dopo aver ascoltato tutti i dialoghi (in genere sono 5) in una lezione ed averli ripetuti dopo il CD seguendo lo stesso metodo del punto 1, si passa, in una seconda lezione, al compito in classe: il dialogo centrale, che già è stato letto e riletto e che quindi già conoscono, viene messo in forma “fill in the blanks”, cioè con, ogni 4 parole circa, una mancante: in tre ascolti dello stesso, noto dialogo, di cui due con pause per scrivere ogni parola, devono riuscire ad inserire tutte le parole mancanti. Ed il bello è che, alla fine, non ce la fanno! xD Il metodo per correggere i compiti in classe è sempre lo stesso: fa tutto il compagno di banco, che, si suppone, abbia un’etica incorruttibile, ed in effetti (almeno il mio) ce l’ha.

3) In English writing skill, invece, non si fa un tubo. O meglio: un’insegnante madrelingua (la mitica Jeanne-sensei) legge l’unità del giorno (composta da ben 2, dicasi due, paginette di un libricino che a malapena arriva ad un terzo del formato A4), ed il Katsu (sembra brutto, sì, lo so…), una volta che Jeanne ha finito di leggere le 5 righe della lezione (il resto sono esercizi tipo “riordina le parole” e disegnini kawaii), inizia a descrivere con schemi complicatissimi ed ideogrammi da far impallidire… me, la struttura delle frasi che ci sono in quelle striminzite righe, più qualche sfigato proverbio (tipo: “each days provides its own gifts” oppure “no pains no gains”) che aggiunge lui a caso sulle fotocopie che distribuisce (ah, dimenticavo: le fotocopie sono talmente tante che meritano un post a parte) e di alcune altre frasi che, secondo lui, sono particolarmente significative. Evvabbè!
Nel frattempo, io e Jeanne-sensei facciamo comunella agli ultimi banchi ed io la faccio rosicare perché ho il sudoku sul denshi-jisho (vedi questo post), e lei no (pà-ppà-ppèèè-rò!). Ha un’età indefinita intorno ai 23 anni, e per questo una parte dello spirito adolescenziale che alberga in lei si risveglia, quando il fuoco passionale della grammatica si accende nel Katsumoto (fa strano chiamarlo “il Katsumoto”? Però… boh, in Italia alla fine ogni professore/professoressa ha il suo il/la che si rispetti!)…Questi schemi in giapponese sono davvero complicatissimi, al punto che, un giorno, gli dovrò fare una foto… il problema è che, a quanto mi è parso di capire, i giapponesi sono un popolo di incasellatori, il che mal si concilia con lo spirito “random” (sto abusando di “random”, lo so!) dell’inglese: che fare, dunque, cambiare metodo di studio ed adattarsi alla grammatica flessibile? Non sia mai! Meglio creare ad hoc un’intera categoria lessicale, per descrivere ogni singola eccezione come una regola a sé!
Durante le spiegazioni varie, i giapponesi prendono tutte le lezioni veramente sul serio: tonnellate di appunti, quadernini, notebook, note al lato del libro, esercizi (che poi sono: “Scrivi 15 volte ogni parola che hai sbagliato nell’ultimo dettato”, oppure: “Ricopia due volte il testo della lezione di questa volta” e via dicendo…) e, soprattutto, riassunti.Ecco, l’arte del riassunto giapponese si può descrivere come un “collage”. Ovvero: non si cerca di riassumere il senso della parte assegnata, ma, semplicemente, si tende a mantenere il brano così com’è tagliando le parti secondarie. Il riassunto, dunque, altro non è che un “brano monco”, al quale mancano pezzi tagliati secondo logiche che, spesso, appaiono quantomeno discutibili. Il tutto mi ha ricordato - da vicino - il medievale concetto dell’auctoritas, secondo cui l’amanuense doveva rifarsi ad un autore classico dalla fama affermata per poter esprimere un qualsiasi tipo di enunciato e godere di credibilità. Ecco: i giapponesi, amanuensi dell’era moderna (scrivono davvero tantissimo, sia per gli ideogrammi sia per inglese), sentono innatamente il bisogno di non cambiare ciò che il libro dice, e tendono a mantenere il tutto il più possibile identico all’originale. Col risultato che, se qualcuno volesse farsi un’idea dei contenuti del brano, ciò risulta impossibile: ma visto che, in Giappone, l’arte del riassunto non implica la sua successiva comprensibilità, nessuno viene mai sfiorato da questo tipo di problemi, men che meno il Katsumoto.
Questa che viene, è una settimana di esami: vediamo cosa uscirà fuori come test! Se ci sono ancora le stesse frasi da riordinare, gli stessi buchi da riempire, gli stessi brani da riassumere che abbiamo studiato durante queste settimane, come sono convinto che sarà… beh, non farò niente, perché cambiare le cose è praticamente un’impresa disperata!(non mi facevo così sicilianamente apatico…)
E dunque… in conclusione di tutto questo, che dire? Poveri giapponesi!

15/09/08

Yakisoba (2)

L’altra volta avevo postato un “antipasto” di Yakisoba, oggi vi spiego come si mangiano e con cosa si preparano.

ecco l'inizio

inzio

All’inizio, si versano nella padellona (davvero -ona, la quantità di soba che riesce ad entrare è impressionante) tutti gli ingredienti, che sono, a quanto ho capito, assolutamente liberi: esistono diversi tipi di yakisoba, ed ognuno ha i suoi. I nostri, comunque, hanno una serie di verdure (tra cui quelle che conosco sono: cipolle, germogli di soia e lattuga… il resto sono ignote), e della carne di maiale molto morbida e saporita.

mescolare attentamente (il mio fratellone è il cuoco)

mescolare attentamente (il mio fratellone è il cuoco)

Comunque, si inseriscono carne e verdure insieme dopo aver unto la padella, ed una volta che inziano a rosolare e predere colore si versa la pasta.

l'aggiunta dei soba

step 3: l'introduzione della pasta

Tanta pasta.
E, infine, si aggiunge la salsa!!!

eccoli dopo aver aggiunto la salsa!

eccoli dopo aver aggiunto la salsa!

Ora, si prendono con una posatona centrale oppure con le proprie bacchette, e sono pronti ad essere mangiati!! Che ve ne pare??

*questa parte del post è dedicata a… me stesso, che adoro i preparati istantanei giapponesi, i loro pacchettini con le linee tratteggiate e tipi di colla differenti che ti fanno capire fin dove aprire la scatola, con istruzioni ed avvisi che non stonerebbero su una testata nucleare e che, secondariamente, alla fine sono anche buoni*

Il processo vi sembra macchinoso? In effetti richiede tempo… per questo, migliaia di scienziati giapponesi, chiusi nei loro oscuri cubicoli, hanno partorito una geniale idea: gli yakisoba istantanei! Visto che non potevo esimermi dall’assaggiarli, vi mostro anche una piccola guida, che potrebbe tornarvi utile nel caso in cui decideste di comprare una scatola di yakisoba istantanei senza saper leggere le (minuziose) istruzioni sulla scatola.
Qui sotto, il pacchetto, tipicamente giapponese in quanto a spreco di plastica per impacchettare il tutto…

"Yakisoba con salsa"

sulla scatola: "Yakisoba con salsa"

Scartata la prima plastica, si arriva all’imballaggio vero e proprio, che funzionerà anche come contenitore degli yakisoba:

La luuuunga serie di istruzioni...

La luuuunga serie di istruzioni...

Si apre dal lato in basso a destra, e ci si ritrova con queste salse:

salse

salse

da aggiungere alla fine… versare l’acqua dentro il contenitore, aspettare tre minuti e… voilà! il gioco è quasi fatto. Non facendovi scoraggiare dal colorito mortaccino, e dall’aspetto brodoso del tutto, seguendo le istruzioni, tirate via la seconda linguetta (quella in alto a sinistra) e svuotate l’acqua (bollente):

ecco come si presenta il buco dopo aver tolto la linguetta

ecco come si presenta il buco dopo aver tolto la linguetta

Ecco, a questo punto i soba sono pressappoco così:

ecco, quando dicevo non fatevi scoraggiare intendevo questo

ecco, quando dicevo non fatevi scoraggiare intendevo questo

Aggiungendo le due salse di cui sopra, e mescolando abbondantemente, il tutto migliora un po’, pur perdendo la quadrata compostezza che ha finora contraddistinto il tutto:

ecco la fine del procedimento! più difficile a dirsi che a farsi!

ecco la fine del procedimento! più difficile a dirsi che a farsi!

Ora, sono pronti per essere mangiati! E… con mia grande sorpresa, sono anche buoni!

Itadakimaaaaaasu!