Non scuola la diresti, ma sala di tortura: non vi si sente altro che lo schiocco delle sferze, lo strepito delle verghe, gemiti, singhiozzi e atroci minacce. Cos'altro possono impararvi i bambini, se non a odiare la cultura? Una volta che quest'odio ha messo radice nei teneri animi, anche da grandi detestano lo studio.
Volete sapere il programma? Cosa faranno mai i liceali giapponesi? Si limiteranno a visitare città con aria tranquilla, scherzosa e divertirsi nel clima di rilassamento generale? Giammai! Non che non fosse lecito aspettarselo, però... caspita, mi aspettavo qualcosa di meglio che un giro turistico di 5 università con orari massacranti!
Il viaggio dura due giorni, in cui visiteremo Kyoto, Osaka e Kobe, corredate dalle relative università. Come è possibile? E' ignoto a tutti i popoli del mondo all'infuori dei giapponesi, ma io vi svelerò il segreto: gli orari! Domani, sveglia alle 3,30 ( -.-''''' ), partenza alle 4,35 (-.-' ) e via, verso la destinazione! Arrivo a Kyoto alle 8,35; visita della prima università; visita della seconda università, visita ad un tempio (il Suzumushi-dera) e partenza per Kobe; arrivo a Kobe alle 18; cena francese alle 19 in battello sul fiume; visita di Kobe by night; tutti in camera alle 22,30; dormire dalle 23 alle 5,15 e via verso Osaka! Ecco, il programma è questo, ed immagino che con lo straziante susseguirsi di fermate del pullman per vedere robette insignificanti (ma cosa ci vado a fare al Suzumushi-dera? Datemi il Kiyomizu piuttosto!) non ci sarà nemmeno tempo per addormentarsi.
Evvabbè, in fondo ci sono voluto andare io... vedremo un po' se sarò abbastanza sveglio da accorgermi dei posti che visitiamo! In compenso, adotterò il trucchetto giapponese: pur in bilico nel dormiveglia, farò milioni di foto, in modo da poi potermi dire "Ohibò, ma ci sono stato davvero!".
Oyasumi a tutti (nonostante l'orario... eh già, voglio dormire un po' nonostante gli orari!). Scusatemi se non rispondo ai commenti, lo farò appena torno (se sopravvivo "_").
In effetti, gli indizi c’erano tutti. Voglio dire, il fatto che le parole straniere vengano scritte in katakana, le lezioni d’inglese… insomma, non ci si poteva sbagliare. Eppure, ho colpevolmente trascurato il senso di risentimento per il modo giapponese di intendere le lingue straniere fino ad oggi. Ebbene, sono ufficialmente offeso / divertito (più divertito, in effetti, ma sapendo quanti giapponesi si sentirebbero in colpa se io mi offendessi meglio giocare virtualmente con queste povere creature xD).
Cosa è successo, di particolare? Sono stato al ristorante “in ITALIANO”! E vorrei farvi compartecipi del mio quarto d’ora di risate che, sotto gli occhi attoniti dei miei genitori (con cui in effetti alla fine mi sono dovuto scusare, ma spiegandogli il tutto si sono fatti due risate anche loro), mi sono goduto.
Cominciamo con il cartellone monumentale di benvenuto:
sutorafaruchoni (strafalcioni alla giappone) xDDD (i katakana speakers intenderanno!)
Leggete attentamente!! Benvenuti Sott’olio! Insomma, veramente non è che mi senta proprio a mio agio sott’olio, ma vabbè, intanto siamo i benvenuti: buono a sapersi. Creare un mondo migliore: e perché no, già che ci siamo? Nel frattempo però questa sera facciamo alla romana [visto che questa è un'espressione idiomatica che richiede un certo livello di conoscenza della lingua, perché non hanno assoldato il traduttore per tutto il cartellone invece che per una frase??]: mi pare più che giusto, oguno per sé e Dio per tutti. * Mangia adagio e mastica bena: non vedo perché dovresti risparmiare le loro miserabili vite, del resto (e comunque, non eravamo sul plurale?). Sott’olio (ma che ci azzecca?). Sul fatto che qesto zona molto bono !!, non nutro certo dubbi! Ma ho bisogno della vostra parola per credere che siamo tatto fresco materia con tutto il cuore, frase profonda e sconvolgente il cui significato mi apre nuovi mondi… ma ricordate che cuore provare prudenza mangia!! Per concludere, le porgiamo il nostoro benvenuto. Ristorante Sott’olio. Certo, non è una torrattoria, ma si difende bene!
Con un “antipasto del genere”, quali sono le premesse su cibo e menu? Senza lasciarci scoraggiare dai miei funesti presagi, entriamo nel ristorante, dove veniamo accolti da uno splendido “Buonasera!” nonostante sia appena l’una. Comunque, dentro, con mia grande sorpresa, ci sono, oltre alle bacchette (che recano l’amena scritta “Trattoria e bar in ITALIANO”, dal significato quantomeno dubbio), delle posate “occidentali”, nel senso che la forchetta ha tre punte ed il bordo sagomato.
Trattoria e bar in ITALIANO
E la mitica forchetta a tre punte:
eccola!
Dal menu, invece, una dedica a Baka Gaijin in Japan: questo è quasi pari al ciappuccino! (tra l’altro, c’è un errore anche nel katakana, visto che in genere si scrive con la doppia P!).
eccolo, il capolavoro, nella colonna centrale: il Frapputtino!
Frapputtino: cosa sarà mai, questo malevolo incrocio fra un prete ed un putto? A scanso di equivoci, ho evitato di ordinarlo! Per finire, eccomi che mangio la mia pizza.
pizza! (accettabile)
Vi dirò, alla fine non faceva schifo quanto mi aspettassi: anzi, la mozzarella di bufala che sa di mozzarella è stata una gradita sorpresa! Peccato per il ragù di mia madre che sapeva di formaggio scaduto, mentre la pasta che ha preso mio padre era semplicemente sugo al pomodoro, niente sorprese.
Ebbene, questo era il bollettino di guerra di oggi!!
Marco
PS * sì lo so che i dizionari dicono che fare alla romana voglia dire che tutti pagano in parti uguali, ma per me vuol dire pagare ognuno per sé!)
Quest’oggi posto solo un’altra foto del castello… purtroppo sono sommerso dalle cose da fare: dopodomani parto per il campo scuola e devo avvantaggiarmi lo studio per il JPLT (ho una tabella di marcia rigorosa, non posso mica sgarrare con un’insegnante giapponese!), in più sono anche sommerso di foto (la mia è - come accade spesso in Giappone! - una famiglia di fotografi mancati: in un giorno al castello di Matsumoto abbiamo accumulato 500 fotografie con 3 macchine diverse, tra cui una reflex semiprofessionale!!). Comunque, uno dei lati positivi è che, su 500, statisticamente ce n’è qualcuna bella, ed infatti sono soddisfatto dei risultati!
Questa è la veduta dalla parte del Taiko-mon (cancello del tamburo), che secondo me è quella più scenica:
Ancora me e la mia famiglia al Matsumoto-jo
Queste sono invece le scalinate interne, di un ripido più unico che raro e costruite secondo criteri di difesa dall’invasore, e per piedini giapponesi (il mio 43 e un terzo esce fuori dai gradini!): con ben 61° di inclinazione, sono… ripide!
le scale che connettono il 4° piano al 5°, che è segreto ed invisibile dall'esterno: è stato creato per confondere un eventuale assalitore.
Si nota che sono ripide? Comunque, un tempo venivano percorse regolarmente (ma qualche attempata signora che tenti l’impresa si può tuttora ammirare) da persone in kimono, che limita moltissimo la libertà di movimento delle gambe. Contenti loro…!
Qui un dettaglio del tetto, con tanto di uccellini e pesce decorativo (sarà un “koi”? Sinceramente penso di sì, ma non sono abbastanza sicuro da dirvelo!), gentilmente offerto dall’obiettivo della reflex con zoom 18x (!) di mio fratello maggiore:
dettaglio del tetto
Per finire, questa foto: guardandolo da questa prospettiva, si intuisce più facilmente perché sia soprannominato “Il castello del corvo”. In effetti, questa angolatura mi ispira un certo qual senso di incombenza, il che, abbinato al colore nero, all’andatura “svolazzante” dei tetti ed ai due pesci ornamentali che sono in cima e disegnano quelle specie di “corna” che si vedono, giustifica il soprannome.
non sembra anche a voi corvino?
Che ve ne pare? Io vorrei vedere il castello di Himeji (otoosan onegaishimasu!) per poter fare un paragone, ma mi è parso molto bello.
Avevo promesso di fare il prossimo post sugli insegnanti giapponesi, ma oggi la mia famiglia mi ha fatto una sorpresa: mi hanno portato al castello di Matsumoto!!
Me e la mia famiglia al castello di Matsumoto!
Per oggi, posto solo una foto, magari qualche altra la posto domani… il castello merita davvero! (^_^)
Insomma, lo so che è una piccolezza, ma tutto fa brodo! Perché non dovrebbero scrivere prima il cognome e poi il nome anche a me? Il cognome, che in Giappone è la parte più importante, non me l’hanno nemmeno scritto, e si sono limitati a scrivermi - dopo che il tutto è stato stampato e dando dunque una sensazione sgradevole di posticcio - “Maruko Marco” in katakana ed in romaji. Che sensazione ricavo da tutto questo? Che: 1) non merito (ancora? Chissà) di avere il mio cognome scritto; 2) nonostante la mappa sia recente, non mi hanno inserito sin dall’inizio nel computer ma mi hanno aggiunto in seguito: perché? Io lo interpreto come un sottile modo per dirmi che sono piombato nella loro perfetta uguaglianza a turbare il tutto, ma è probabilmente un’interpretazione abbastanza faziosa); 3) noto con piacere che finalmente mi è stato assegnato un posto da gaijin: il più lontano possibile dall’insegnante, ma non l’ultimo: così, quando consegnano le fotocopie (e ne consegnano TANTE), se il primo della fila sbaglia a contare il numero di fogli non devo alzarmi per andare consegnare le copie in eccesso [quest'interpretazione me l'ha suggerita Yoshi, la mia ragazza, che ringrazio non solo per sopportarmi pazientemente ma anche per essere stata un'ottima guida del Giappone mentre ero ancora in Italia]: insomma, lontano sì ma di una lontananza politically correct.
In conclusione: dovrei offendermi per questa manifestazione prorompente della mentalità discriminatoria giapponese, che emerge dalle piccolezze che rivelano scenari che magari non ti aspetteresti? (non che effettivamente io non sia prevenuto su questo tipo di cose, però fa effetto vederle con i propri occhi!) Oppure, dovrei smetterla con le seghe mentali?
Mi piacerebbe parlare un po’ dei contenuti “umani” della scuola in Giappone, ho rimandato a lungo questo post perche’ so che richiedera’ diverso tempo, e probabilmente pubblichero’ il post in due puntate.
Stavo riflettendo che degli edifici decenti sono diffusi un po’ovunque nei paesi del primo mondo e che in effetti la cosa che piu’ colpisce in assoluto non sono gli edifici ma le persone che li abitano. Per ora, qualche nota sugli insegnanti, motore della poderosa macchina che e’ la scuola giapponese.
La mia classe! (notare dalle borse ancora appese ai banchi che sono le 5 e mezza e che sono ancora praticamente tutti a scuola, nonostante le lezioni siano finite da un'ora e mezza; notare anche che hanno QUATTRO cancellini che non fanno sporcare le mani solo sulla lavagna principale, più tre in quella secondaria, che non è presente nella foto; notare anche i banchi, vetusti ma integerrimi, il cartellone che invita a "Sognare, credere e sopravvivere", lo stile "fashion" del tubo per aria condionata e stufa, la bibliotechetta sulla sinistra, lo schermo per le proiezioni e due delle quattro bacheche)
Gli insegnanti giapponesi non hanno un orario di lavoro: o meglio, probabilmente ce l’hanno, ma non lo rispettano, nel senso che si possono ammirare al lavoro a tutte le ore. Non importa che siano le 7 di mattina oppure le 8 di sera, che vi aggiriate per la scuola brancolando nel buio alla ricerca del vostro portafogli (ehm…) oppure che abbiate messo la sveglia un’ora prima per vedere se c’era gia’ qualcuno (e questa merita un approfondimento… nel prossimo post), oppure se sia sabato, quando la scuola e chiusa, e voi passate soltanto davanti all’edificio: qualcuno è sempre lì, a correggere compiti in classe, oppure quaderni o “quadernini di ripasso” (i cosiddetti 予習ノート ”yoshuu nooto”, che in pratica sono libri di esercizi che gli insegnanti correggono periodicamente), a preparare le lezioni o a ripassare gli ideogrammi (già, anche i sensei devono ripassare periodicamente, soprattutto quelli di “storia del mondo” e letteratura giapponese antica), oppure a fare attività oscure che a noi esseri umani resteranno per sempre sconosciute. In ogni caso, sembra che la loro vita si identifichi con la scuola ad un buon livello: anche quando non sono a scuola, partecipano a riunioni, feste, festicciole, spettacoli di tamburo giapponese, raccolte di beneficenza, nelle quali saranno invariabilmente presenti anche alunni ed insegnanti: sono sempre così immersi nella vita scolastica e parascolastica che mi viene da chiedermi se ne abbiano una loro, il che mette di fronte a retroscena quantomeno tristi, quando non addirittura inquietanti.
L’impegno che profondono nella scuola è a dir poco stupefacente: ogni lezione è preparata con la massima cura, corredata da fotocopie (un mare di fotocopie, tanto che ho dovuto comprare degli organizer per non perdermele tutte ogni volta) che riassumono gli argomenti trattati, tabelle di marcia, test fai-da-te et similia, il tutto corredato da frasi del tipo “tieni duro” oppure “ogni errore è un altro passo verso la perfezione” o ancora “ogni giorno ci dona i suoi regali”, il che è davvero giapponese. (^_^) Ciò che comunque mi ha lasciato letteralmente di stucco è il fatto che ogni insegnante sappia vita morte e miracoli dei suoi alunni, dei professori della scuola e di quelli di metà del circondario (l’altra metà del circondario li conoscono solo di vista). Tanto per fare un esempio: iscrivendomi al 2° livello dell’esame di giapponese, la mia città mi ha “concesso” un’insegnante gratuita, con cui ho lezione due ore a settimana il giovedì. Ebbene, nonostante io non abbia detto nulla di tutto ciò al mio professore di riferimento - che è di inglese, e che si occupa del mio inserimento a scuola (ancora, molto giapponese: lo vedo tutte le mattine e mi fa una panoramica degli impegni della giornata, della settimana, obiettivi a lungo termine, scadenze eccetera…) - il giovedì pomeriggio, mentre ero ancora a scuola, si avvicina e mi dice: “Per oggi forse con le pulizie può bastare, non hai lezione di giapponese? Rischi di fare tardi”. Al che io, guardandolo come se fosse un’agenda parlante, sono rimasto di stucco, e mi sono che, probabilmente, è vero che per uno straniero, in Giappone, non esiste mossa che non lasci traccia. In conclusione, mi sento osservato! La cosa che mi consola è che non sono io il solo: le attività di tutti sono a conoscenza degli insegnanti. Se Tizio è iscritto ad un club, se Caio va alla maratona di beneficenza, se l’altroieri Tizia è stata al “tii paatii” (per i non-katakana-speakers, tea party) organizzato dall’orfanatrofio per bambini sordi oppure alla raccolta straordinaria di rifiuti ingombranti, è sicuro che un professore sappia vita morte e miracoli degli organizzatori e che, anzi, abbia fatto proprio lui sì che l’alunno partecipasse, il che richiederà in seguito, da parte degli alunni, noiosi (per non dire di peggio) resoconti scritti in giapponese formale, oppure sinceri ringraziamenti. Ecco, se non si fosse ancora capito, lo esplicito ancora di più: la scuola giapponese è invischiante. Non c’è modo per un alunno di tirarsi fuore dalle sue tentacolari protuberanze: prima o poi, per un incauto “interessante” oppure “ci sto riflettendo”, resterà sicuramente intrappolato in qualche iniziativa del tipo “caccia al tesoro su trama Detective Conan” oppure “aiutiamo la natura (ovvero: raccogliete rifiuti, se riuscite a trovarli…)”.
Domani, le differenze che ho notato nel rapporto tra studenti ed insegnanti. Oyasumi! Marco
vandalismo alla giapponese -.-' (tutte queste foto sono state scattate all'interno di 5 aule diverse della mia scuola, visto che in classe mia sono riuscito a reperire solo le prime due...
C’è forse bisogno di commentare questi scandalosi abissi di degrado che vengono raggiunti nelle scuole giapponesi? E’ assurdo come tutti pensino che il Giappone sia un paese pulito e pieno di gente educata, mentre in realtà gli studenti del giorno d’oggi non mostrano alcun rispetto per le cose.
E che diamine, si facessero un giro nelle scuole Italiane (con la “I” maiuscola, sia chiaro!) ad imparare cosa sono rispetto, pulizia, ordine e disciplina!
(sì, siamo il terzo mondo)
UPDATE: visto che mi è stato richiesto, tradurrò questi osceni turpiloqui, per svelare gli abissi di depravazione che si celano dietro questi oscuri caratteri.
(i riquadri sono numerati in stile 1 2 3 4 5 6 7 8 9 sì lo so che è un metodo rude ma fin qui si spingono le mie capacità!)
1: adesivo incollato sopra una matita a mine della Pilot, modello LM250; 2: "Kubotino, buona fortuna!" ("Kubota gori kichi", dove "Kubota" è il cognome di un mio compagno di classe, "gori" è un soprannome comune e "kichi" è lo stesso "kichi" di "Tsurikichi Sampei", ovvero "Sampei dalla pesca fortunata", in Italia tradotto semplicemente come "Sampei" o "Sanpei", che dir si voglia). 3: un cuore. Quale oscuro segno massonico si nasconderà dietro questa apparentemente innocua forma? 4: la "P" dei "Pineapple heads" (teste di ananas... il bello è che il nome se lo sono scelto loro!), la band della scuola. 5: un cagnolino (a sinistra) ed una rivisitazione in chiave manieristico-post-moderna di "Pichon-kun", la mascotte pubblicitaria della Daikin ("che afaaaa che afaa che fa! Daaaaikin la soluzione ha" xD) 6: "Tarō", ovvero un nome 7 e 8: questi ideogrammi sono troppo difficili, non li riesco a capire! xDDD 9: "Qui, Koryuu Kana ha fatto un esame il primo luglio, Giovedì"
Adesso, sarebbe simpatico fare un paragone con le nostrane scritte... ovvero: qui si temono gli esami e si tiene a "far notare la propria presenza" in un modo che - almeno a me - sembra quasi tenero, con scrittine "kawaii" (vedi la 5) oppure con date di esami. Posso ricordare ancora parte delle scritte che affollavano la mia vecchia aula: insulti a professori, croci celtiche, insulti a compagni, turpiloqui vari, buchi nel muro con cartacce di pizza che riempiono l'intercapedine... insomma, non c'è niente da fare, i giapponesi hanno stile anche quando vandalizzano.
Eh eh, visto il clamoroso successo (??) riscosso dal precedente post sulla varietà nei supermercati giapponesi, quest’oggi posterò il sommo capolavoro raggiunto da anni ed anni di marketing planners tesi a spremere ogni varietà di gusto che sia possibile infilare dentro una gomma da masticare.
Il risultato è…
chi si offre per provare le gomme da masticare piccanti al rosmarino?
121 tipi di gomme da masticare - nello stesso supermercato delle patatine dell’altra volta! Sarebbe interessante provarle tutte… io intanto ho preso quelle di Doraemon perché non potevo astenermi! (^_^)
suvvia... non è adorabile?? :-)
Ecco, l’unica cosa che mi dispiace è che nella foto Doraemon non abbia il suo “takecoputaa” (l’elicotterino… come si chiama in Italiano??), ma pazienza, (forse) esistono dolori peggiori nella vita! xD
Ieri sera ho centrato uno degli obbiettivi che mi ero prefissato prima di venire qui in Giappone: una di quelle esperienze che volevo fare, perché tornare in Italia senza averle fatte sarebbe stato un “peccato” nel senso giapponese del termine con cui viene tradotto, “zannen” (残念), ovvero un “desiderio rimasto”.
Penso che gli amanti del Giappone conoscano cosa sia un “omikoshi”, ma per tutti gli altri farò una breve spiegazione.
un omikoshi (sì, lo so che quello di wikipedia è più bello, ma il mio orgoglio di fotografo mi impedisce di fare altrimenti!)
Una volta tanto, sarò davvero succinto: un omikoshi è un tempietto portatile, issato su delle assi di legno (in genere 4, prosecuzione ideale dei lati del tempio, ma anche 6 oppure 8 nei tempietti più grandi) che si appoggiano sulle spalle di un numero di persone che varia a seconda del suo peso. L’omikoshi (che in realtà si chiama mikoshi, ma il suffisso onorifico, come avviene per molti oggetti di culto, è praticamente obbligatorio) viene dunque portato in processione lungo un percorso le cui logiche sfuggono ai più, in quanto include deviazioni, giri in tondo, camminamenti avanti e indietro per lo stesso (lungo) tratto di via… insomma, le linee rette sembrano essere vietate, per la gioia di chi deve portare il tutto. Ogni tot di tempo, seguendo le indicazioni di un esperto che, brandendo un kami no kami (non ho ancora capito se sia il nome ufficiale, tra l’altro), fa strada e dà indicazioni, si solleva il tempietto verso l’alto e lo si fa ondeggiare vistosamente, ed infine lo si lancia in alto e lo si riprende. Durante il tutto si scandisce (anzi, si urla proprio), accompagnati dai “taiko” (tamburi giapponesi), un grido di incoraggiamento, che dice “wasshoi”, il cui significato apparentemente è talmente poliedrico e sfuggente da mandare in crisi la mia host famiglia: dopo ore di trattative e precisazioni, ho capito che è un misto tra “tieni duro” ed “oh issa”, anche se sull’etimologia mi piacerebbe sapere qualcosa di più.
Okaasan ed io (notare il costume della festa!!!)
Il target della processione è un tempio shintoista, generalmente quello di quartiere: gli omikoshi sono infatti un fenomeno territorialmente circoscritto, nel senso che ogni quartiere della città ha le sue diverse squadre (quelle del mio quartiere sono 16), che sfilano tutte insieme nello stesso giorno, che è generalmente un sabato o una domenica. Il weekend seguente, sfileranno omikoshi di un altro quartiere e così via, finché non siano finiti tutti: ogni quartiere ha il suo santuario shintoista (o anche più di uno), ed è quest’ultimo che organizza le processioni e le importantissime vivande. Già, perché non solo prima di portare l’omikoshi viene offerta la cena, ma durante la processione si fanno brevi pause con l’unico e deliberato scopo di bere saké, vero motore della serata, con l’effetto che, se tutti effettivamente bevessero ogni volta, stramazzerebbero al suolo completamente ciucchi. Per fortuna, i coscienziosi giapponesi, almeno nel mio caso, hanno evitato al gaijin l’imbarazzante spettacolo, e siamo riusciti sani e salvi a farci dare la benedizione al tempio.
ecco il retro del mio happi, notare la scritta: dice "Horibata", ovvero "sulla riva del fossato". Questo perché anticamente, prima che ci venisse bruciato insieme a metà della città, ad Iida c'era un castello, ed il quartiere "Horibata" era attaccato al castello, cioè sulla riva del fossato.
L’aria che si respira durante la processione è molto diversa da quella delle processioni nostrane, cupe, tristi e mortificate nel dolore per il peccato… quello che l’altra volta avevo descritto vedendo dall’esterno, stavolta l’ho vissuto dall’interno, nello “staff”, e devo dire che l’impressione di festosità è sicuramente confermata. Anzi, oserei dire che, nonostante io sia ateo, sono stato inebriato dall’atmosfera “spirituale” della processione: la gestualità del prete shintoista, i suoi strumenti del mestiere, il raccolto giardino del tempio e la sua architettura, le grida di incoraggiamento, la fatica, il saké, l’incenso… superstizione e spiritualità sono, insomma, fuse.
([Sottitoli manuali: "Horibata..." "Wasshoi"] nel video, se mi riuscite ad intravedere in quei 3 secondi, sono l’unico furbone che guarda la fotocamera… se vi consola, cliccando sopra il video potrete vedere la versione in alta risoluzione, nella quale è possibile ammirarmi in tutto il mio splendore! xD)
Bene, fin qui tutti i lati positivi… ma potrebbe mai un tempio, pur portatile, nel quale vivono gli dei essere leggero? Ovviamente no! Questi simpatici omikoshi, infatti, hanno un peso specifico che si avvicina a quello del piombo, ed hanno la caratteristica di non essere cavi all’interno, ma pieni. Tra l’altro, sono anche illuminati, e le luci vogliono corrente, la quale vuole batterie, che, guarda caso, sono al piombo… se poi non dovesse bastare, e non basta, ci pensano delle avvenenti ragazze che, per la gioia del pubblico maschile che, spesso e volentieri, alza lo sguardo (…), prima in coppia e poi in 4 salgono accanto al tempio e si muovono, aggiungendo pathos e peso al tutto. Bene, se poi non dovesse essere abbastanza, aggiungete il fatto che le assi di legno NON sono anatomiche e che, sì, potreste mettere tra la vostra dolente spalla e l’asse un asciugamanino che attutisca il tutto, ma ne va della vostra virilità.
In più: 1) in salita il tempietto pesa da morire ma devi comunque salire, ed il peso si distribuisce in maniera diseguale; 2) in discesa il tempietto pesa da morire ma devi fare attenzione perché sei in discesa, e se scivoli finisci ciancicato dalla folla; 3) in pianura il tempietto pesa da morire e devi fare attenzione a non pestare i piedi di quello che ti sta davanti, il che può sembrare facile, ma considerato che è a trenta centimetri di distanza non lo è così tanto; 4) quando lo si agita in alto scuotendolo o lo si fa volare, il tempietto attorniato dalle gentil donzelle pesa da morire, e quando ricade gentilmente sulle mani che lo hanno alzato e poi sulla spalla, già dolorante, distrugge tutto ciò che trova; 5) il fatto che di tanto in tanto facciate riposare la spalla sorreggendo il tempietto - che, sia detto, pesa da morire - con le braccia farà sì che, in men che non si dica, le vostre due braccia saranno dolenti quasi quanto la spalla, dunque la decisione di “riposarsi” un po’diventa una specie di guerra tra poveri fra spalla e braccia; 6) sulle scale per arrivare al tempio, il tempietto pesa da morire e ci sono gli scalini, che sono ovviamente minuscoli e scivolosissimi; 7) dopo un’ora che urlate “Wasshoi”, nonostante ormai la bocca vada da sola e non ci sia più bisogno di ricordarsi di dirlo ogni volta, la voce inizierà lentamente ad andare via, per sparire definitivamente all’arrivo, due ore dopo i primi segni di cedimento. Ovviamente, ciò accade solo a VOI, mentre tutti gli altri continuano ad urlare allegramente.
Ora che ho dato sfogo alla mia vena polemica, posso serenamente ammettere che la fatica è un ingrediente del tutto! Insomma, alla fine, nonostante una spalla dolorante, ogni muscolo delle gambe che mi duole per colpa della camminata sbilenca e le braccia indolenzite, posso dire che ne è valsa la pena!
Vabbè sì lo so che è una caduta di stile, ma non potevo esimermi: mi stanno troppo simpatici i granchietti, soprattutto quando ti salutano la mattina mentre vai a scuola! (^_^) Oyasumi, Marco
Chi? Il tifone numero 13! Da una settimana, quando ha colpito le isole Ryukyu (estremo Giappone meridionale), i telegiornali non parlano di altro: mappe pluviometriche, dettagli dei venti, velocità di spostamento, carta barometrica con le isobare… insomma, anche quando si tratta di un gruppo di isolette con più palme che abitanti, la passione dei giapponesi per il tempo non si smentisce. Ora però questo particolare tifone, che al posto di indebolirsi lungo il cammino è andato rafforzandosi, ha investito il Giappone meridionale, e si sta muovendo verso Nord: in questo momento è sopra la mia testa. La cosa divertente è che, quando si parla di uragani nel golfo del Messico, la terraferma è più grande dell’uragano, che quindi “sbarca” e si scarica. In Giappone no: è talmente piccolo che il tifone è più largo, e quindi dalla cartina sembra che venga inghiottito dall’enorme mostro ventoso!! xD [OT] (comunque, un breve quesito per in nostri amici Yankees: perché vi ostinate a costruire delle casette in legno se sapete che poi, quando arriva un qualsiasi tornado oppure un uragano ve le smonta? Ma ci vuole tanto a farle in cemento? Il quesito per gli amici nipponici è invece: perché non sotterrate i pali elettrici come si fa nel resto del mondo? Vederli ora che ballano al vento non è rassicurante! Tra l’altro, in caso di terremoto si spezzano che è una bellezza! Ma per capire di cosa parlo, forse c’è bisogno di un altro post.) [fine OT]
Ma insomma, com’è questo tifone? Una mezza delusione, veramente: sarà che sono in mezzo alle montagne e che quindi i venti sono deboli, sarà che io mi aspettavo chissà che cosa, ma temporali forti, senza fulmini ma con vento forte ci sono anche in Italia. Vabbè... il picco del tifone sarà domani, vedremo un po'!
Del Giappone amo moltissime cose, e fin qui ci siamo… mentre alcuni punti, come la cortesia della gente, il rispetto delle regole, la sicurezza e le tradizioni, sono quelli per cui ho scelto il Giappone per la mia esperienza all’estero, altri si stanno rivelando qui, giorno per giorno. Dunque, vorrei raccontare un po’ del Giappone quotidiano che magari non ci si aspetta, o che comunque sorprende in ogni caso.
Bene, andando a fare la spesa con la mia okaasan (お母さん・mamma), mi sono imbattuto nel supermercato giapponese tipico (eh, ormai con ben 5 supermercati girati sono praticamente un veterano della spesa! xD), di cui i giapponofili hanno sicuramente già notizie, come, ad esempio, il fatto che l’imbustatura avvenga con calma dopo le casse, che è sicuramente comodo e civile, oppure i costi a dir poco astronomici di frutta e verdura, oppure le splendide confezioni con cui è imbustato tutto, dal sashimi pretagliato alle zucchine (!!), vendute una ad una a 100 Yen (0,75€) l’una (e siamo in campagna, in una zona dove dal campo al supermercato ci passano sì e no 5 kilometri! Immagino in città…). Quello che però mi ha colpito più di tutte le cose è stata la varietà dell’offerta. Per capire di cosa stia parlando, posto una foto:
patatine per tutti i gusti... altro che quelle della pubblicità italiana...
Ecco, queste “poteto chippusu” (ポテトチップス・potato chips, ovvero patatine) sono SOLO quelle della Calbee (marca, a quanto ho capito, leader): 13 tipi di patatine diverse di una sola marca! Aggiungendo tutte le altre, viene fuori un’intera corsia di supermercato di sole patatine fritte, escludendo quelle surgelate… ce ne sono di tutti i gusti: dal pepe nero ai gamberoni, dalle verdure alla pizza, passando per sale ed alga nori (!), chi più ne ha più ne metta! Stesso discorso vale per biscotti, saponi, deodoranti, bagnischiuma, confezioni di ramen istantaneo, obento (per i non giapponofili, il pranzo di milioni di studenti e salaryman), cioccolatini… insomma, c’è davvero di tutto, compreso il burro di arachidi di Peanuts che è davvero kawaii (^_^)! Ma in assoluto quello che mi stupisce di più ogni volta sono le bevande: tra jidoohanbaiki (distributori automatici di bibite, che in Giappone ad ogni angolo della strada), quelle che vendono nei konbini e quelle che si trovano al supaamaketto (スパーマケット・pronuncia giapponese di supermarket) ce ne sono una quantità impressionante: dalla “melon soda” (brodaglia verde kriptonite frizzante al limite dell’incredibile dal sapore di disinfettante) al tè giapponese all’orzo-frumento (che all’inizio del viaggio mi faceva schifissimo e che ora invece è diventato la mia bevanda preferita in assoluto), passando per la “Coca-cola vitaminica”, innumerevoli tè al latte di tipi diversi (ognuno dei quali fa a gara ad imitare di più lo “stile inglese” sulle etichette, con faccioni di pietra seri e titoli del tipo “il tè del pomeriggio”), bevande improbabili tipo succhi di pomodoro o di mandarino del Kyushu, di mela o di mango, bevande energetiche all’estratto di anguilla o ai sali minerali tipo “gatorade”, succhi gelatinosi alla fragola o al limone di Shichiria (Sicilia!), caffè in lattina con latte o senza latte, caldo o freddo, con cacao o con vaniglia… la varietà è talmente grande da essere disorientante, ed in effetti guide come questa vengono utili (tra l’altro, il tè all’orzo menzionato è quello che è diventato il mio preferito)!!
Insomma, in Giappone avrete sicuramente modo di soddisfare i vostri gusti, qualunque essi siano! Questo era il lato postivo del giorno! Alla prossima, Marco
Gentile amico, cara amica,in occasione del 150° anniversario della prima apparizione di Lourdes, FMR raccogliei grandi capolavori d'arte dedicati alla figura di Maria in una preziosa opera editorialea tiratura limitata e in un volume che potrai ricevere gratis.
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A parte il "gentile amico, cara amica", a parte il fatto che Lourdes sia quanto di piu' lontano ci sia da me sulla faccia della terra, a parte che del fatto che FMR "raccoglieiga" i capolavori dedicati a Maria me ne frego altamente, a parte la "tiratura limitata" (credo che intendano che si sono autolimitati visto che non ne vendevano, ecco), a parte il volume gratis che fa tanto icona di Padre Pio (ed in effetti molto non ci manca!)... Quello che trovo piu' indigesto e' quel bottone "chi sei?", che riesce a riassumere in un attimo secoli, millenni di ipocrisia cattolica come poche altre cose. "Chi sei?" e me lo dovresti dire tu chi sono io? Potrei capire se portasse ad una "hotline" di psicologi per ristabilire gli squlibri dovuti a turbe dell'identita', ma non un obbrobrioso sito dove, previa inserire il numero di carta di credito, ti verra' rivelato il segreto nascosto del Verbo del Signore - corredato ovviamente da abbonamenti a calendari sacri tipo copia scrausa di frate indovino, statuette di maria in sasso di sassonia, bibbie tascabili e non, icone di Maria realizzate dalle suore adoratrici della passione di Cristo, rosario multimediale che pronuncia l'ave Maria in 123 lingue... e chi piu' ne ha piu' ne metta.
Ecco, mi ha fatto venire in mente un altro dei motivi per cui amo il Giappone: la Chiesa Cattolica, Santa Romana ed Apostolica (o Romana Santa ed Apostolica, comunque la rima resta di gran classe), non esiste! O meglio, esiste, ma non ci va nessuno. In compenso, i giapponesi hanno idee piuttosto confuse sulla nostra concezione di Dio, sul metodo di perdono dei peccati e sulle nostre processioni, come e' emerso ieri a cena.
(stavamo parlando di quei turisti giapponesi che pochi mesi fa hanno imbrattatoSanta Maria del Fiore - tanto per rimanere in tema di cattolicesimo - a Firenze. Dopo aver chiesto le scuse e' stato licenziato dalla scuola in cui insegnava. Il dialogo e' reale - memoria permettendo) "Ma non era necessario che fosse licenziato... alla citta' di Firenze bastava che chiedesse scusa" "Cioe'?" "Cioe', non era necessario che lo licenziassero, bastava che si scusasse sinceramente" "Invece si' che era necessario, insomma, e' un insegnante e se comincia a dare il cattivo esempio ai ragazzi poi futuro in Giappone?" (quel sta a significare che non ho capito... comunque il senso era "Signora mia, sapesse lei quest'oggi che gente che si vede in giro, e' tutta colpa degli insegnanti smidollati/della crisi alimentare/del mercato cibernetico stagnante/della sparizione dei valori/del petrolio che scende/del petrolio che sale) "Ma il perdono e' una tradizione cattolica, se non perdona la "Chiesa", chi perdona?" "...?" "Ecco... secondo la religione cattolica, basta il pentimento per ottere il perdono. In pratica, se commetti qualche peccato, vai a confessarti dal prete, dici un tot di Ave Marie e tutto si risolve" "Ah, comodo!" "Eh si', comodo! E questo ha... ehm... ha... un attimo, prendo il dizionario... prodonfe inlufzene sul modo italiano di vedere la vita" (potete sapere come la penso leggendo questo post di un'amica di blog) "Vuoi dire, profonde influenze?" "Ecco si' proprio quello! xD Insomma, non importa quante volte sbagli, l'importante e' di pentirsi dopo" "Ah! Buono a sapersi! In Giappone si dice: 'La faccia del Budda non sorride due volte', per intendere che ripetere due volte lo stesso errore non sara' accettato facilmente" "Eh eh! L'Italia e il Giappone sono molto diversi" "Gia', proprio cosi'"
Non mi meraviglio che per loro siamo a meta' tra il paese della cuccagna ed il fancazzismo sfrenato (piu' pendente verso il secondo, per la verita'). Ma questo merita un altro post! Marco
Ok, avevo promesso che avrei updatato (? grammatica creativa…) il post di Yamada Denki, e vorrei dare la spiegazione di quella stranissima musichetta che ripete “Yamada Denki” in continuazione. Bene, avete presente il detto secondo il quale “In Giappone, ogni cosa parla”? Probabilmente no, se non siete mai stati in Giappone, però, garantisco io (xD), ogni cosa (eccetto il water, che fa solo musichette polifoniche) parla.
Treni ed autobus annunciano ogni stazione, i distributori automatici augurano il buongiorno, nei negozietti una vocina registrata, oltre alla cassiera, ti saluta quando entri… possono i centri commerciali essere un’eccezione? No di certo! La tradizione delle macchinette parlanti, unita alla passione per i messaggi subliminali (?) ed i ritornelli (pubblicitari, ma non solo) ossessivi, ha creato un mostro che deve ancora atterrare sul nostro lontano pianeta: le musichette dei centri commerciali. In pratica, ogni grande catena di elettronica che si rispetti ha una sua musichetta identificativa, che, nei negozi più importanti, è addirittura “personalizzata” con il nome della filiale (!): queste musichette ossessive, mandate a ritmo continuo, ed unite a venti polari di aria condizionata sulla schiena sudata e luci forti al limite della dolorosità, possono rendere la visita ad uno di questi megastore qualcosa di davvero pesante, se il tutto è superiore ad un’oretta. Ovviamente, i giapponesi sono stoicamente abituati a tutto ciò, e vista la loro passione per l’elettronica che li porta a girare tutti i negozi possibili ed immaginabili, con buona probabilità conoscono a memoria tutte le canzoncine dei megastore della zona (con i miei, ieri sera, ci siamo messi a cantare le canzoni di “Yamada Denki” e “Yodobashi Camera”, due catene che qui sono onnipresenti, il che vi fa capire a che punto io ami questi simboli del trash ed a che punto restino facilmente impresse!).
Se andrete a fare shopping di elettronica in Giappone, sono sicuro che rimarrete contagiati (in bene o in male!) anche voi! Prima di lasciarvi, una chicca: direttamente dagli anni ‘80, la primigenia canzone originale di Yodobashi Camera. “Buon” ascolto!
E... come saluto, l'immancabile, brevissima ma assolutamente necessaria canzoncina di Bic Camera (attenzione: dopo la 120esima volta che la ascoltate è impossibile mandarla via!)
…ovvero: come dimenticare una lingua in 130 giorni.
Avevo detto che meritava un intervento a parte, ed eccomi qua! Innanzitutto, chiariamoci le idee: in Giappone l’inglese non si impara: si studia.E questo non per la tradizionale modestia giapponese - in fondo, se uno sta imparando vuol dire che non sa l’argomento in questione, dunque non è segno di irriverenza dire: “Sto imparando” - ma per un fatto pratico: nonostante gli sforzi di generazioni di studenti, in Giappone l’inglese non lo parla nessuno. Magari, molti lo sapranno scrivere (pur nei limiti di un’ortografia discutibile… vedi questo post di un’amica di blog), ma difficilmente le conversazioni in inglese si spingono oltre il “hau aa yuu”. Forzando la mano, ed estorcendo dalla bocca del vostro sventurato interlocutore il massimo dell’inglese, potreste ricevere uno stentato “mai faazaa iizu a hoteru furonto desuku wookaa”, il che, oltre al fatto che estrapolare l’inglese dalla pronuncia in katakana sia un’impresa, porrà in evidenza il fatto che i giapponesi non si limitano a storpiare la pronuncia delle lingue straniere per adattarle al giapponese ma vanno oltre, creando cioè, con parole straniere, espressioni giapponesi, come appunto il “furonto desuku (front desk)”, che sarebbe ciò che il resto del mondo chiama “reception”.Anche qualora l’interlocutore sia estroverso, e dunque la conversazione possa procedere senza intoppi verso il “hau iizu yoa shizutaa (how is your sister)” ed oltre, a meno che non conosciate il giapponese alla perfezione, nei primi momenti avrete comunque difficoltà a capire se vi si stia parlando in inglese oppure in giapponese, il che, agli occhi di noi sprovveduti occidentali, potrebbe sembrare un fallimento delle politiche di insegnamento adottate nelle scuole giapponesi. Inutile dire che, secondo Katsumoto-sensei, nulla esiste di più sbagliato. Si dice che le critiche in Giappone vengano sempre fatte con un complimento: ed io, per adattarmi alle usanze del luogo, gli ho fatto un complimento, ovvero: “certo che gli studenti giapponesi sono davvero diligenti nello studiare la grammatica inglese!”. E la risposta, piccata: “Molti hanno criticato questo punto in passato, ma studiare soprattutto la grammatica in Giappone è essenziale perché non ti pare?” “Oh, certo che sì!”.Ma se studiano la grammatica, perché l’inglese non lo parla nessuno? Forse il punto non è COSA studiano ma COME lo studiano. E qui, si va di esempi pratici, perché stare a descrivere tutto mi sembra troppo oneroso. Ci sono 8 ore di inglese a settimana (OTTO!!!) suddivise in: 1) イングリシュエックスプレシャン・Ingurishu ekkusupureshan (English expression) 2) イングリシュアンダスターンヂング・Ingurishu andasutaanjingu (English understanding) 3) イングリシュライチンスキール・Ingurishu raichin skiiru (English writing skill)
1) In “English expression” si studiano le espressioni della lingua: si imparano cioè a memoria pezzi (apparentemente random) di brani del libro, e, due volte a settimana, il professore entra in mano brandendo 39 fogli bianchi, che sono i fogli del compito in classe: le cose imparate a memoria, dunque, vanno scritte sul foglio bianco. Una volta finito il tempo per scrivere, il Katsumoto dice “Exchange!”, e ci si scambia il foglio con il ragazzo (o la ragazza) del banco accanto, il/la quale provvederà a correggere il tutto guardando le frasi giuste dal libro e poi metterà il voto. Ecco, questo voto andrà poi nel registro, senza che il professore ricontrolli il tutto (che fiducia! Lo facessero in Italia, avremmo tutti 10). Metodi ottocenteschi?? Non avete ancora letto niente… xDDopo aver fatto il test, c’è la “lettura guidata”: si tratta di leggere il brano da cui sono state tratte le frasi random del compito in classe appresso ad un CD, senza che il CD abbia delle pause perché gli alunni ripetano. In questo modo, si crea un fantastico effetto mischiatutto, che sfocia nel più totale sbando di ciascuno che legge col suo ritmo mezza frase, ne salta un quarto e dice l’altro quarto alla velocità della luce per riprendere lo speaker originale, che nel frattempo veleggia a 3 righe di distanza. Ciliegina sulla torta, il professore che ripete anche lui (accentuando grottescamente i suoni perché gli alunni capiscano che, in fondo in fondo, un pochino l’inglese dal Waseda Eigo (inglese nipponico) differisce) passando tra i banchi per controllare che tutti stiano ripetendo a voce abbastanza alta.Ma il meglio deve ancora venire: ora che si sono esercitati, possono ripetere da soli, in un “test di lettura”. Così, dopo aver ripetuto due volte il testo seguendo il CD, si staccano dalle parentali cure e spiccano il volo nel fantastico mondo dell’indipendenza, leggendo il testo da soli mentre il professore scrive alla lavagna i secondi (!) della lettura ottimale, che in genere sono attorno ai 60: in questo fantastico minuto, 39 voci che vanno ognuna ad un ritmo diverso affannandosi per rientrare nei famosi 60 secondi creano una sinfonia paragonabile ad un’ Ave Maria senza prete che dia il ritmo in una chiesa con pareti che fanno rimbombare la voce ed un microfono acceso collegato ad altoparlanti in sala che ripete i rimbombi vari con il ritardo di un secondo. Capite cosa intendo? Un vero e proprio dramma. Il resto delle lezioni di ekkusupreshan consistono nel dire “ooooh! In Inghilterra, le cabine telefoniche sono rosse!” oppure “oooh! Davvero in America le persone possono portare delle pistole?” e via dicendo…
2) In English understanding, come è lecito sospettare, si impara a “comprendere” l’inglese. Come? Presto detto: il libro è diviso in 20 unità (la cui programmazione è stata distribuita all’inzio dell’anno dal professore), ognuna delle quali presenta un dialogo centrale e dei dialoghi alla “spin-off” (e qui, amanti di fiction, fatevi sentire… se ci siete): dopo aver ascoltato tutti i dialoghi (in genere sono 5) in una lezione ed averli ripetuti dopo il CD seguendo lo stesso metodo del punto 1, si passa, in una seconda lezione, al compito in classe: il dialogo centrale, che già è stato letto e riletto e che quindi già conoscono, viene messo in forma “fill in the blanks”, cioè con, ogni 4 parole circa, una mancante: in tre ascolti dello stesso, noto dialogo, di cui due con pause per scrivere ogni parola, devono riuscire ad inserire tutte le parole mancanti. Ed il bello è che, alla fine, non ce la fanno! xD Il metodo per correggere i compiti in classe è sempre lo stesso: fa tutto il compagno di banco, che, si suppone, abbia un’etica incorruttibile, ed in effetti (almeno il mio) ce l’ha.
3) In English writing skill, invece, non si fa un tubo. O meglio: un’insegnante madrelingua (la mitica Jeanne-sensei) legge l’unità del giorno (composta da ben 2, dicasi due, paginette di un libricino che a malapena arriva ad un terzo del formato A4), ed il Katsu (sembra brutto, sì, lo so…), una volta che Jeanne ha finito di leggere le 5 righe della lezione (il resto sono esercizi tipo “riordina le parole” e disegnini kawaii), inizia a descrivere con schemi complicatissimi ed ideogrammi da far impallidire… me, la struttura delle frasi che ci sono in quelle striminzite righe, più qualche sfigato proverbio (tipo: “each days provides its own gifts” oppure “no pains no gains”) che aggiunge lui a caso sulle fotocopie che distribuisce (ah, dimenticavo: le fotocopie sono talmente tante che meritano un post a parte) e di alcune altre frasi che, secondo lui, sono particolarmente significative. Evvabbè! Nel frattempo, io e Jeanne-sensei facciamo comunella agli ultimi banchi ed io la faccio rosicare perché ho il sudoku sul denshi-jisho (vedi questo post), e lei no (pà-ppà-ppèèè-rò!). Ha un’età indefinita intorno ai 23 anni, e per questo una parte dello spirito adolescenziale che alberga in lei si risveglia, quando il fuoco passionale della grammatica si accende nel Katsumoto (fa strano chiamarlo “il Katsumoto”? Però… boh, in Italia alla fine ogni professore/professoressa ha il suo il/la che si rispetti!)…Questi schemi in giapponese sono davvero complicatissimi, al punto che, un giorno, gli dovrò fare una foto… il problema è che, a quanto mi è parso di capire, i giapponesi sono un popolo di incasellatori, il che mal si concilia con lo spirito “random” (sto abusando di “random”, lo so!) dell’inglese: che fare, dunque, cambiare metodo di studio ed adattarsi alla grammatica flessibile? Non sia mai! Meglio creare ad hoc un’intera categoria lessicale, per descrivere ogni singola eccezione come una regola a sé! Durante le spiegazioni varie, i giapponesi prendono tutte le lezioni veramente sul serio: tonnellate di appunti, quadernini, notebook, note al lato del libro, esercizi (che poi sono: “Scrivi 15 volte ogni parola che hai sbagliato nell’ultimo dettato”, oppure: “Ricopia due volte il testo della lezione di questa volta” e via dicendo…) e, soprattutto, riassunti.Ecco, l’arte del riassunto giapponese si può descrivere come un “collage”. Ovvero: non si cerca di riassumere il senso della parte assegnata, ma, semplicemente, si tende a mantenere il brano così com’è tagliando le parti secondarie. Il riassunto, dunque, altro non è che un “brano monco”, al quale mancano pezzi tagliati secondo logiche che, spesso, appaiono quantomeno discutibili. Il tutto mi ha ricordato - da vicino - il medievale concetto dell’auctoritas, secondo cui l’amanuense doveva rifarsi ad un autore classico dalla fama affermata per poter esprimere un qualsiasi tipo di enunciato e godere di credibilità. Ecco: i giapponesi, amanuensi dell’era moderna (scrivono davvero tantissimo, sia per gli ideogrammi sia per inglese), sentono innatamente il bisogno di non cambiare ciò che il libro dice, e tendono a mantenere il tutto il più possibile identico all’originale. Col risultato che, se qualcuno volesse farsi un’idea dei contenuti del brano, ciò risulta impossibile: ma visto che, in Giappone, l’arte del riassunto non implica la sua successiva comprensibilità, nessuno viene mai sfiorato da questo tipo di problemi, men che meno il Katsumoto. Questa che viene, è una settimana di esami: vediamo cosa uscirà fuori come test! Se ci sono ancora le stesse frasi da riordinare, gli stessi buchi da riempire, gli stessi brani da riassumere che abbiamo studiato durante queste settimane, come sono convinto che sarà… beh, non farò niente, perché cambiare le cose è praticamente un’impresa disperata!(non mi facevo così sicilianamente apatico…) E dunque… in conclusione di tutto questo, che dire? Poveri giapponesi!
L’altra volta avevo postato un “antipasto” di Yakisoba, oggi vi spiego come si mangiano e con cosa si preparano.
inzio
All’inizio, si versano nella padellona (davvero -ona, la quantità di soba che riesce ad entrare è impressionante) tutti gli ingredienti, che sono, a quanto ho capito, assolutamente liberi: esistono diversi tipi di yakisoba, ed ognuno ha i suoi. I nostri, comunque, hanno una serie di verdure (tra cui quelle che conosco sono: cipolle, germogli di soia e lattuga… il resto sono ignote), e della carne di maiale molto morbida e saporita.
mescolare attentamente (il mio fratellone è il cuoco)
Comunque, si inseriscono carne e verdure insieme dopo aver unto la padella, ed una volta che inziano a rosolare e predere colore si versa la pasta.
step 3: l'introduzione della pasta
Tanta pasta. E, infine, si aggiunge la salsa!!!
eccoli dopo aver aggiunto la salsa!
Ora, si prendono con una posatona centrale oppure con le proprie bacchette, e sono pronti ad essere mangiati!! Che ve ne pare??
*questa parte del post è dedicata a… me stesso, che adoro i preparati istantanei giapponesi, i loro pacchettini con le linee tratteggiate e tipi di colla differenti che ti fanno capire fin dove aprire la scatola, con istruzioni ed avvisi che non stonerebbero su una testata nucleare e che, secondariamente, alla fine sono anche buoni*
Il processo vi sembra macchinoso? In effetti richiede tempo… per questo, migliaia di scienziati giapponesi, chiusi nei loro oscuri cubicoli, hanno partorito una geniale idea: gli yakisoba istantanei! Visto che non potevo esimermi dall’assaggiarli, vi mostro anche una piccola guida, che potrebbe tornarvi utile nel caso in cui decideste di comprare una scatola di yakisoba istantanei senza saper leggere le (minuziose) istruzioni sulla scatola. Qui sotto, il pacchetto, tipicamente giapponese in quanto a spreco di plastica per impacchettare il tutto…
sulla scatola: "Yakisoba con salsa"
Scartata la prima plastica, si arriva all’imballaggio vero e proprio, che funzionerà anche come contenitore degli yakisoba:
La luuuunga serie di istruzioni...
Si apre dal lato in basso a destra, e ci si ritrova con queste salse:
salse
da aggiungere alla fine… versare l’acqua dentro il contenitore, aspettare tre minuti e… voilà! il gioco è quasi fatto. Non facendovi scoraggiare dal colorito mortaccino, e dall’aspetto brodoso del tutto, seguendo le istruzioni, tirate via la seconda linguetta (quella in alto a sinistra) e svuotate l’acqua (bollente):
ecco come si presenta il buco dopo aver tolto la linguetta
Ecco, a questo punto i soba sono pressappoco così:
ecco, quando dicevo non fatevi scoraggiare intendevo questo
Aggiungendo le due salse di cui sopra, e mescolando abbondantemente, il tutto migliora un po’, pur perdendo la quadrata compostezza che ha finora contraddistinto il tutto:
ecco la fine del procedimento! più difficile a dirsi che a farsi!
Ora, sono pronti per essere mangiati! E… con mia grande sorpresa, sono anche buoni!
(sì, è pubblicità occulta, ma il mio subdolo animo cade facilmente in tentazione…)
Ebbene, avete presente il luogo comune secondo cui in Giappone si mangia di tutto?? E’ assolutamente vero, non si scandalizzano di fronte a nulla (ma, nonostante i luoghi comuni, non mangiano i cani)! Non so se si capisca dalla foto, ma questi sono… i “bambini delle api” (hachi no ko)! Ovviamente io, da “turista-non-turista che deve ostentare la sua internazionalità”, le ho anche mangiate, e devo dire che non sono niente male! Sanno un po’di miele, ma hanno un retrogusto meno dolciastro, ed una consistenza croccante che non mi dispiace affatto!
Già dal primo giorno in Giappone, si ha la sensazione di essere degli alieni, e non è solo questione di “Alien registration card” (il permesso di soggiorno, che è opportunamente chiamato “Carta di registrazione degli alieni”), ma anche di sensazioni e di atteggiamenti delle persone.
Esempio pratico: quando cammini per strada, le persone si voltano spudoratamente a guardare TE, anche mentre guidano; se chiedi qualcosa in giapponese risponderanno probabilmente in inglese (stentato); se manifesti di saper parlare giapponese - non importa quanto bene - si stupiranno non perché tu stia parlando particolarmente bene, ma solo per il fatto che tu stia effettivamente parlando. Come un alieno, appunto!
Ebbene, quest’oggi ho un annuncio da fare: gli alieni sono alla conquista di Iida! Oggi, ad un (altro) matsuri - ce ne sono a tonnellate - ho incontrato Leonie, un’aliena proveniente dalla Germania che starà un anno qui ad Iida e che va al mio stesso liceo. Buono a sapersi!
ecco i due soggetti che, come si può notare dalle antennine, sono risultati infine essere due alieni
Ah, il matsuri… merita un articolo a parte, che scriverò domani sera, visto che nel frattempo ce ne sarà un altro! xD Oyasuminasai, Marco
Per ora metto solo la foto (è ora di cena e dopo dobbiamo andare ad un matsuri!!), ma prometto di aggiornare presto il post con una delle cose più succulente che io abbia mai mangiato qui finora: gli yakisoba!
Ho accennato a qualcuno, nelle epiche narrazioni delle mie gesta in Giappone, che da queste parti gli insetti sono ENORMI. Effettivamente, api da 5 centimetri che mangerebbero le nostre a colazione, ragni pelosi, libellule da 7,688988 tonnellate, mosconi dai riflessi azzurri, farfallone (amorose) che non entrano nel palmo di una mano e cervi volanti che meritano l’epiteto “cervi” per le loro dimensioni non sono incontri rari.
Ma, durante l’ora di giardinaggio (sì, la manodopera a costo zero la sfruttano bene, da queste parti…!), ho fatto un incontro simpatico ed inaspettato: c’è qualcuno che sa dirmi come si chiami questo “strano animalo”??
Indizi che possono aiutare la ricerca: quella sacca che si intravede sotto l’incriminato è bianca e abbastanza molle, quasi gommosa, direi (sì l’ho preso in mano…).
Postate nei commenti!! (in effetti, ora mi viene il dubbio che potesse essere velenoso! xD)
“Dobbiamo assolutamente risolvere la questione, altrimenti si scatena il caos. […] Perché se si va al fallimento si fermano per mesi i collegamenti aerei. Una figuraccia.”
- Silvio Berlusconi (sul caso Alitalia) -
Non è nera, la cronaca, ma di quel grigio che è limbo per ogni mutamento di colore. Immergetevi nelle acque del Lete e dimenticate le vostre colpe, c’è chi le ricorda per voi. È domanda legittima, allora, quella che si interroga sulla costante e consistente perdita di memoria dei nostri politici, essere già sublimi approdati ormai ad un definitivo (in quanto a contratto rinnovabile) stato di Nirvana; abitanti di un mondo nelle tinte del più delicato rosa, dove gli alberi hanno chiome di zucchero filato e tronchi di cioccolato, dove si gode la compagnia dei Puffi e dei Mini Pony, coccolosi protagonisti di un’infanzia perduta ma mai dimenticata. I giornali ci narrano giorno per giorno la disperata (ma non per questo meno incrollabile) resistenza delle anime pure della politica ai biechi e immotivati soprusi perpetrati dall’Etica e dalla Giustizia, storiche e disneyane Forze del Male (qualche miscredente, però, afferma siano solo una leggenda). È da una di queste coraggiose esperienze che anche questa mattina si è trovata la forza per alzarsi e prendere l’autobus, noi anime impure che, ancora penitentemente far far away dall’illuminazione più autentica, non possediamo Maserati ma solo abbonamenti Metrebus da 230 euro l’anno. Si narra dunque di come un giovane uomo di belle speranze e solo qualche problema di calvizie precoce si sia ritrovato al centro ( spostato molto verso destra, ad essere sinceri) di uno scandalo su una compagnia aerea di bandiera che negli ultimi anni si era ritrovata a passare di mano in mano (le mani di chi non è dato sapere con certezza) come una proverbiale patata bollente. L’uomo, incensurato (cioè, in un moto di spassionata fiducia nei suoi confronti, mai censurato da alcun giornale o alleato politico), è allibito e non fa che arrovellarsi su come questo spiacevole malinteso possa avere avuto luogo. Ora, per colpa delle poste, della burocrazia mal funzionante, dell’inflazione sul mercato degli animali domestici, della progressiva ma costante scomparsa delle mezze stagioni e, dice lui in via confidenziale, anche un po’ per colpa di Bush (compagno di banco con cui ha instaurato da tempo un conflittuale rapporto amore/odio), questo fanciullo senza macchia e senza paura (non teme nemmeno i Magistrati, terribile banda di bulli che imperversa nel suo paese e sembra averlo preso di mira) si trova a dover rispondere (insieme a numerosi amici intimi di eguale rispettabilità) di 6.000 esuberi, perdita di svariati miliardi, gigantesco quanto imminente patatrac della succitata compagnia e rumoroso malcontento dei suoi nonni padani che già si prospettavano di usare una pista d’atterraggio per aeroplani come campo per il mini-golf domenicale. Facile immaginare la legittima preoccupazione per lo status della sua virginea immagine pubblica. In condizioni pietose egli si affanna a tirarsi fuori dall’immane pasticcio con, dobbiamo ammetterlo, il sempre vivo impegno e la smisurata fede nelle tasche dei suoi genitori (si dice che siano oltre il 47 % della popolazione e che dopo ogni nuova elezione vinta dall’amato figliolo scompaiano come per magia, probabilmente restii ad offuscare il fulgore del successo all’uomo che si è fatto da solo). Noi, sempre in preghiera per la sorte e l’anima di questo unto dal Signore (che altri non è se non il meccanico di fiducia del fanciullo, uomo conosciuto per le sue untuose e destabilizzanti dimostrazioni d’affetto verso i clienti più fedeli), vi lasciamo alla riflessione sui mali del mondo con una massima ampiamente riconosciuta come vera nel paese da (e di) cui vi mandiamo notizie: “quando sei in diretta da un letamaio riesce sempre difficile esprime il necessario distacco, cosicché, tu lo sia o no, finisci per sembrare merda anche tu.”
… hanno paura dei ladri. In precedenza, mi sono stupito per la sicurezza del Giappone molte volte: i miei genitori non chiudono a chiave la porta di casa (inizialmente pensavo che non ci fosse nemmeno la serratura! Poi hanno rimosso le placche di protezione - le serrature, si sa, sono antiestetiche... - ed in effetti c’era), le finestre non hanno i blocchi anti-apertura, a scuola gli armadietti non hanno il lucchetto, durante l’ora di educazione fisica tutti lasciano portafogli, cellulare e quant’altro in bella vista sui banchi (ritrovandoli poi al ritorno!) e gli esempi possono continuare.
Ma, nel recondito inconscio, i giapponesi sono pronti a prendere misure drastiche per difendersi dall’incubo ladri, come è emerso quest’oggi durante l’ora d’inglese, quando una domanda, apparentemente banale, ha rivelato tutti i più oscuri abissi di diffidenza che si nascondono dietro il pacato viso giapponese. La domanda era: “Cosa faresti tu per difendere casa tua dai ladri?” e la ragazza scelta per rispondere all’esercizio ha scritto alla lavagna: “Riodinerei le scarpe”. Al che, la professoressa (americana) ha chiesto: “E perché riordineresti le scarpe?” “Perché così, almeno, il ladro vedrebbe che io sono in casa, e non entrerebbe”
Che dire… come si fa a restare impassibili di fronte a tanta innocenza?
Conversazioni surreali la mattina presto, con un compagno di classe (C=compagno, M=Marco)
C: “Il boschetto ha fatto un incidente?” M: “Ah sì?” C: “Sì, ieri sera una macchina l’ha preso…” M: “Cioè, ci è finita dentro?” C: “Ma no, niente di così grave…” M: “E allora cosa è successo?” C: “Non ho ancora capito molto bene… so solo che si è fatto male.” M: “(fatto male?) Ah… che peccato…” C: “fdoijwojoiroijeorijqweojroiqwejroiejoirqjweiorjoiqwejrioewjriojeoijoighaiohjioadsfhweioahioqehroi no?” M: “Ehm… uhm… ma quale boschetto?” (* La scuola è in mezzo ai boschi e sul fianco di una montagna: sopra la scuola ci sono dei pini giapponesi, sotto del bambù) C: “Come quale boschetto? Lo conosci, il boschetto!” M: “Sì ma quale? Cioè, che alberi ci sono dentro?” C: ” xDDDDD “ M: “?_?” C: “Boschetto-kun, Noriyuki” M: “Aaah!!!!! xDDD Poverello, sta bene?”
(in Giappone è comune avere come cognome degli elementi della natura, il che può portare ad equivoci…)
Oggi nasce una nuova rubrica, intitolata: "anche i Giapponesi, nel loro piccolo...". Mi sono reso conto che, dal mio blog, il Giappone sembra il regno della perfezione (ed in effetti è quanto di più vicino io abbia mai visto...), ma - come direbbe il padre di Silvia con un'enfasi che io di certo non riuscirò mai ad imitare - "tutto il mondo è paese!". Dunque, anche il Giappone ha i suoi lati oscuri: alle volte, come nel post di oggi, fanno sorridere - e questo giustifica il "nel loro piccolo" - ma visto che prima o poi scoprirò qualche seria magagna la incasellerò prontamente in questa rubrica. Che ve ne pare?
Anche i Giapponesi, nel loro piccolo... si ribellano.
Ribellione alla giapponese
Come mai la chiamo ribellione? (e soprattutto, cosa c'è nella foto?) Nelle scuole giapponesi, è obbligatorio indossare una divisa (seifuku), rigidamente uguale per tutti gli alunni. Ma lo spirito creativo alberga in ognuno di noi, ed i giapponesi non fanno eccezione: come poter esprimere lo stesso la propria personalità, dunque? Indossando, sotto la camicia della divisa, delle magliette con colori accesi o molto definiti, i cui disegni risaltino anche sotto la camicia. Geniale!? Ecco, non troppo, a dire il vero, in particolare in questo periodo dell'anno... l'estate giapponese è torrida, e, se io con solo la camicia sudo, posso immaginare il caldo che faccia lì dentro. Tra l'altro, anche durante l'ora di educazione fisica tengono la loro maglietta personalizzata, il che li obbliga a tenere, sopra la t-shirt, la FELPA della divisa da ginnastica, portandoli a temperature interne prossime al collasso.
Eh già: spiriti ribelli, questi giovani di oggi.
(effettivamente, quando durante educazione fisica sudano come delle bestie con la felpa pur di tenere la loro maglietta, fanno davvero tenerezza)
Mi sono sempre sentito un po'un "topo di città": non ho mai vissuto in campagna, odio gli insetti, sono allergico al polline e rifuggo dall'umidità, e non ho mai avuto un briciolo d'interesse per la vita dei campi. Ma, essendo finito in semi-campagna (in effetti, Iida è una città, ma io sono alle pendici della montagna e ci sono diverse risaie da queste parti), devo ricredermi: la campagna mi piace. Mi ritrovo ad apprezzare il gracidare delle rane alla sera, le libellule che volano il pomeriggio, qualche cornacchia che si fa beffe degli spaventapasseri e ad osservare un procione che scava la sua tana. Mi compiaccio nel vedere la frutta che matura, le castagne che iniziano a cadere dagli alberi e la spiga del riso che, carica di chicchi, è l'immagine stessa dell'abbondanza, ed ora inizia ad ingiallire.
Non mi sarei mai aspettato di cogliere la poesia dei ritmi della natura.
Oggi inauguro una serie di post sulla scuola in Giappone: per quanto ritenga tristi gli “elenchi della lavandaia” (questa è una citazione per pochi eletti…), effettivamente, le differenze tra il nostro modo di intendere la scuola e quello giapponese sono talmente vaste che ne vale la pena.
Penso che come prima puntata basti un’introduzione generale della scuola. Come concetto base, la scuola è vista in due modi diversi: se in Italia il tempo è interamente occupato dalle lezioni, in Giappone si ha un concetto di scuola più estensivo, che porta i tempi ad allungarsi notevolmente a beneficio di diverse pause tra un’ora e l’altra. Ad esempio, le mie lezioni iniziano alle 8:40 e finiscono alle 15:55, ma si fanno 7 ore di 45 minuti l’una: il tempo che rimane è distribuito in 4 pause da 10 minuti, 2 da 5 minuti, una da 40 minuti, 10 minuti di chiarificazione degli impegni della giornata (usanza molto giapponese) e 15 minuti di pulizia. Non so se si capisca qualcosa di questa girandola di orari, ma il concetto è che, di scuola “vera”, si fa relativamente poco (315 minuti) in confronto al tempo in cui si sta a scuola (435 minuti). Se a tutto ciò, poi, si aggiunge che esistono dei “club di attività” facoltativi, che si svolgono dopo la scuola e possono durare fino alle 6 del pomeriggio, si ha un quadro definito dell’importanza centrale che la scuola ha nella vita degli studenti giapponesi. Inoltre, spesso e volentieri (metà dei miei compagni di scuola lo fanno), dopo la scuola si va ad una “scuola di preparazione agli esami” (juku), dove ci si esercita per gli esami di ammissione all’università, che (così mi hanno detto) può durare fino alle 11 della sera - anche se effettivamente non ho trovato nessuno che ci stia dopo le 9 e mezza. Insomma, se in Italia la scuola ha un ruolo chiave, in Giappone ha anche il ruolo di serratura, ovvero il solo fatto di entrare all’università comporta studio addizionale oltre a quello delle 7 ore di scuola.
Gli edifici della scuola giapponese media seguono il concetto estensivo del tempo, ed incorporano al loro interno una serie innumerevole di aule con gli scopi più disparati, nonché un’abbondanza di campi sportivi, palestre (la mia ne ha quattro, di cui due davvero enormi, oltre alle 2 piscine - maschile e femminile - il campo da calcio, quello da baseball e la pista di atletica)… insomma, i giapponesi, per la scuola, non hanno paura di spendere. C’è, ad esempio, un intero piano dedicato solo ai club pomeridiani; una sala dedicata alle riunioni degli studenti ed una per gli insegnanti, con tanto di poltrone in pelle, un’aula per le commemorazioni scolastiche ed una per il corso di cucina, con forni a microonde e tutto ciò che serve per preparare la ricetta del giorno. Tra l’altro - ed è questo ciò che mi stupisce - io non sono in una zona particolarmente ricca, anzi. Nel mezzo delle alpi giapponesi, decentrata rispetto ai flussi turistici che investono il Nord della prefettura di Nagano, Iida è ancora una cittadina in parte rurale (come dimostra il fatto che quando torno da scuola… la gente lavora nei campi! Ed io faccio il turista che fotografa…): dunque, nulla di speciale: le scuole giapponesi medie sono così. Lontane anni-luce dalle fatiscenti aulette polverose dove generazioni di studenti condividono le stesse mattonelle annerite dal lerciume, dalla micragna che costringe a dare l’elemosina (e che elemosina…) alla chiesa per usare la loro palestra, dalle lotte fra licei che contendono lo stesso stabile e che si sottraggono le aule a vicenda in una guerra di carte bollate. In effetti, l’elenco potrebbe continuare, ma visto che ho pietà di me, che sarò costretto a ritornarci, lo faccio terminare qui.
Questo clima più “rilassato”, con pause frequenti che permettono di “staccare” tra una materia e l’altra, ha anche un riflesso - positivo - sull’atteggiamento degli studenti: ma in effetti, questo è un altro post! I prossimi post sulla scuola saranno (penso): insegnanti, studenti, e “trivia”, ovvero piccole annotazioni e curiosità senza logica.
Vado a cena!! (e sono le 5 e mezzo del pomeriggio…)
Dopo tutti gli affascinanti interventi del nostro ormai italo-giapponese Marco (xD), finalmente anche io scrivo qualcosa su questo blog. Mi ha incuriosito negli ultimi giorni soprattutto una notizia scientifica (non quindi le solite baggianate di pseudo-astronomi Atzechi, ne dì Nostradamus da strapazzo) riguardo una probabile e alquanto vicina FINE DEL MONDO!
Ora, avrei preferito iniziare la mia avventura su questo blog in un'altra maniera e con un intervento simpatico e divertente, ma non sono riuscito a distogliere il mio piccolo cervello su questa assillante notizia. Entriamo però nei particolari.
Fra 4 giorni circa nei pressi di un laboratorio nucleare a Ginevra, avrà luogo uno degli esperimenti più incredibile e pericoloso di tutta la storia. Niente di paragonabile al primo viaggio dell'uomo nello spazio (se davvero fosse avvenuto!), visto che a repentaglio non sarebbe la vita di un solo uomo ma addirittura di tutta la terra! Come tutto ciò? Ora provo a spiegarvelo, anche non avendo una laurea in fisica quantistica.
Sostanzialmente tramite questo esperimente si dovrebbero confermare le teorie di alcuni scienziati, i quali affermavano dell'esistenza di certe particelle elementari note con il nome di "Particelle di Dio" poichè esse avrebbero la proprietà di dare materia (a quanto ho capito!). In pratica, e di questo no sono abbastanza certo, tramite questo esperimento si conoscerà cosa c'era nei primi istanti successivi al "Big Bang", e quindi l'origine della vita! Fantastico no?
Ora vi starete chiedendo: "cosa c'entra tutto ciò con la fine del mondo?". Ebbene, non è poi così semplice vedere queste "particelle di Dio". C'è bisogno di un accelleratore di particelle potentissimo, forse anche troppo. Così potente, infatti, da poter causare la formazione di un buco nero vicino al nostro "bel paese" che dovrebbe risucchiare il nostro pianeta nel giro di pochi anni!
Non sto dicendo fesserie! Gli stessi scienziati che portano avanti l'esperimento confermano la possibile creazione di un buco nero, che però non dovrebbe creare alcun problema. Altri scienziati, che di sicuro non saranno noti per il loro ottimismo, affermano invece la catastrofe. A chi dare retta? Ce lo ritroveremo questo grande buco si o no? Bah!
Per la cronaca risucchierà anche il nostro Marco che sta in Giappone, ma non credo che invece potrà fare qualcosa contro Piansano! Quello resterà per sempre! Vero Silvia?
La fine del matsuri prevedeva che delle maschere girassero attorno ad un fuoco d'artificio centrale
Il matsuri è la festa del tempietto locale, che si tiene in occasioni particolari. Questa volta, ad esempio, il festival era in onore di… ehm… diciamo che non ho esattamente capito di cosa si trattasse, comunque sia è stato divertente! Comunque, ricorda - alla lontana - le italiche processioni nella festa del santo patrono, ma è sicuramente più “festoso”: niente nenie strazianti, flagellanti che camminano, cristi in croce che si trascinano in ginocchio sulle strade infiorate, vecchiette che piangono ecc ecc… L’atmosfera è molto più allegra, la gente ride, scherza, mangia (tanto), i bambini giocano a nascondino nel bosco… OK, sì, la smetto con lo scenario idilliaco, ma le sensazioni sono queste!
Il matsuri si è svolto in due fasi principali: fuochi d’artificio e fuochi d’artificio. I giapponesi hanno una vera passione per i fuochi artificiali, d’estate si svolgono praticamente ogni settimana (infatti il prossimo matsuri è sabato prossimo), e sono bravissimi a ricreare forme e colori. Anche la quantità vera e propria di fuochi è sovrabbondante, lo spettacolo è stupendo: non come i fuochi bislacchi dei nostri paesini… questi sono talmente grandi che basta guardare in alto per vederli, e non rimangono spazi vuoti nel cielo! La foto è più esplicativa, come al solito…
i fuochi d’artificio (o-hanabi)
Purtroppo, noi siamo arrivati un po’tardi, e le forme degli animali le abbiamo viste mentre andavamo lungo la strada. A questo punto, i più concreti si chiederanno: ma da dove li prendono i soldi per tutti questi fuochi? La risposta è: sponsor. Infatti, prima di ogni serie di fuochi, veniva elencata una lista di aziende della zona (ma anche di privati cittadini) che li offrivano (”goran no suponsaa no teekyoo de okurishimasu”)… mentre la lista scorreva, tutti aspettavano aziende dai nomi importanti (tipo la Toyota, che da queste parti ha il quartiere generale), oppure speravano semplicemente che la lista fosse lunga, secondo un ragionamento molto pratico: più sponsor = più soldi = fuochi migliori!
Carta degli dei (in giapponese però suona meglio: kami no kami): tagliata secondo un rituale speciale, era parte fondamentale del matsuri
Il clou del festival è stato alla fine, quando gli uomini in costume della foto qui sopra si sono messi a girare in tondo attorno all’asta della prima foto, compiendo così un rituale il cui significato mi sfugge tuttora.
Io e la mia 'mamma adottiva' al matsuri
Alla fine… non ho capito un granché del festival (anche perché tutti erano - apparentemente - più interessati ai fuochi che non ai significati spirituali), ma ho scoperto un po’di cose, tra cui il ruolo del “koominkan”, ovvero il centro della comunità. Praticamente, ogni zona della città ha un suo “centro di amicizie”, frequentato da sole donne (in Giappone società maschile e femminile sono in parte separate), dove si fanno attività tradizionali (ieri cucivano cappelli da samurai in miniatura) e si rinsaldano i rapporti di buon vicinato. Le amiche del kominkan, in seguito, faranno incontrare i rispettivi mariti, che probabilmente già si conosceranno visto che esiste una versione simile - di cui non ricordo il nome - per soli uomini, che è però molto più correlata al mondo del lavoro (molte donne giapponesi ancora non lavorano, generalmente basta un solo stipendio). Insomma, sono ben organizzati.
lanternone e lanternino?
Con questa foto (abbastanza ridicola…) di me e la lanterna, vi lascio! Marco